GENTE DI POCA FEDE

fedeDa tempo ci si interroga sul progressivo e apparentemente irreversibile svuotamento delle chiese cristiane cattoliche, sull’esodo dei fedeli dalle messe, sulla scristianizzazione della società italiana e dell’Occidente in generale. Per capire, accostatevi ai sacramenti, nel senso lato del termine. Andate a vedere com’è oggi strutturata quella che un tempo si chiamava ‘dottrina’ (o ‘catechismo’) e oggi ‘iniziazione cristiana’. Due episodi per chiarire. Mi è stato riferito da un conoscente che – nell’ambito di un corso di preparazione alla confessione a cui presenziavano i genitori dei piccoli – i partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: uno aveva il compito di perorare la causa della ‘confessione’, l’altro quello di criticarne la ragion d’essere. Poi ci si riuniva in plenaria e si discuteva, si ‘faceva sintesi’, su quanto emerso dal confronto dialettico tra le tesi contrapposte. In una diversa occasione, ho sentito una catechista affermare che non importa come i ragazzi chiamano Dio: lo chiamino vita, lo chiamino energia, lo chiamino spirito, ciò che conta è instradarli verso una sensibilità religiosa. La chiave del discorso è tutta qui: la Chiesa è in crisi non perché scarseggiano i preti (anche se è vero) o perché il Papa attuale fa di tutto per annacquare i dogmi (anche se è vero) o perché i valori correnti e più veicolati dai media sono radicalmente anti-cristiani (anche se è vero). Il motivo di fondo è che gli stessi cristiani hanno smarrito la loro specifica fede. Anzi, per dir meglio, hanno smarrito il concetto di fede religiosa confessionale. La quale consiste, ontologicamente, in una resa senza condizioni a un articolo (di fede, appunto) che si condensa in poche verità non discutibili né negoziabili. O ci credi o non ci credi. Punto. Se inizi a girarci attorno ‘aprendo il dibattito’ come a un cineforum non stai facendo un servizio alla tua religione, stai contribuendo a smontarla. Allo stesso modo, se ti professi seguace di una ‘energia’, di uno ‘spirito’ non stai facendo un servizio al Dio unico e non fungibile della tua fede, ma stai contribuendo a dissolverlo.   Il che è legittimo, beninteso, purché tu ne sia consapevole. Può darsi persino sia più contiguo alla verità chi coltiva un approccio sincretistico, o di generico panteismo, al problema della trascendenza. Non è questo il punto. Il punto è che collocarsi in una prospettiva panteistica, gnostica, sincretistica dove tutte le religioni si equivalgono, ciascuna ha qualcosa da insegnare, in un paradossale processo di democrazia delle credenze, è una cosa ‘altra’ rispetto al professare una fede. Oggi, in molte parrocchie, non si insegna più la fede, ma ci si interroga, piuttosto e volentieri, sulla solidarietà, sull’apertura al prossimo, sull’ecumenismo, sui cambiamenti climatici e sulla pace nel mondo. Tutti temi interessantissimi, ma che con la fede, con la dirimente e ‘drammatica’ questione messa in campo dalla fede (e cioè se dire sì o no a quello specifico  Dio incarnatosi in Cristo, nel caso dei cristiani) non c’entra nulla. È un processo sociologicamente interessante che finisce per accomunare molti cristiani agli atei e egli agnostici  in un abbraccio ‘infedele’, nel senso di allergico alla ‘fede’ rettamente intesa come sopra:  gli atei non credono, gli agnostici non sanno se credere e i cristiani non sanno in cosa credere.

ALTEZZE ALTEZZOSE

altezzeOgni volta che vediamo il filosofo Massimo Cacciari in televisione ci coglie un mostruoso complesso di inferiorità. Cacciari parla sempre con un tale distaccato snobismo da indurti a relegare, seduta stante, gli astanti (conduttore, ospiti, contraddittori, pubblico e te medesimo) al rango di poveri analfabeti illetterati. È una sensazione strana, ma forse è la sensazione appropriata che, da che mondo è mondo, la gente normale sperimenta al cospetto del genio. Ogni volta che vediamo l’imprenditore Oscar Farinetti in televisione ci coglie un analogo moto di sbigottita ammirazione. Farinetti si esprime sempre con quell’erre lievemente moscia e con la consapevolezza dell’uomo d’impresa che ce l’ha fatta, sa perché ce l’ha fatta e vorrebbe spiegare alla politica, e al politico, il motivo per cui lui (l’Oscar) ce l’ha fatta mentre la politica e il politico non gliela faranno mai. Ecco, in questo Farinetti e Cacciari si somigliano: è del tutto evidente – da come si pongono, da come si esprimono, dai toni, dai modi, dai tic, dalla trattenuta alterigia di Cacciari nei confronti di un mondo troppo ignorante e troppo poco intelligente, dalla assertiva propositività di Farinetti rispetto a un mondo troppo ingessato e troppo poco intraprendente  –  che essi possiedono le risposte e vorrebbero darcele, ma noi – ahime! – non vogliamo starli a sentire e comunque non riusciremmo a capire. Ne discende che incappare in Farinetti e Cacciari insieme, nello stesso programma TV, è un bacio della buona sorte. È successo qualche sera fa dalla Gruber. C’è stato un attimo, parliamo di una ventina di secondi, non di più, imperdibile. Cacciari aveva appena elogiato i Cinque Stelle per la loro conversione a U sulla strada dell’europeismo e aveva asserito che, alla buon’ora, essi hanno compreso l’irreversibile ineluttabilità del progetto europeo (al cospetto del quale –  mancava dicesse –  persino lo Spirito del Mondo di Hegel è una caccola). Poi aveva preso la parola Farinetti il quale si era lanciato in uno dei grandi classici di Monsieur Laqualunque: le contrapposizioni politiche sono buone per la campagna elettorale, ma poi bisogna marciare tutti insieme, tutti uniti nella stessa direzione. Quindi, Oscar ha aggiunto una frase del tipo: “Io sono un imprenditore e sono per natura filogovernativo”; il tipo ha fiuto e necessità di riposizionarsi. A quel punto, Cacciari ha sghignazzato compiaciuto versandosi dell’acqua minerale come per dire: questa te la concedo, questa è una condivisibile banalità, innocua e trasversale. Ecco, in questo patetico siparietto – di complicità esibita tra il sommo filosofo e l’eccelso imprenditore – c’è tutta l’Italia di oggi e, probabilmente, anche di domani. Se Farinetti e Cacciari rappresentano la nostra punta di lancia, rispettivamente imprenditoriale e intellettuale, e se quella testè esposta è la summa del loro pensiero migliore (l’Europa Unida  jamás será vencida, canterebbero gli Inti Illimani) allora forse è un bene che la gran parte degli italiani non sia alla loro ‘altezza’.

LA QUARTA GUERRA D’INDIPENDENZA

macronEmmanuel Macron ha dichiarato che – se continuiamo così – c’è il rischio di una “guerra civile europea”. I media continentali si sono scappellati dinanzi alla prodigiosa alzata d’ingegno. Quelli italiani, poi, organi di stampa di una nazione da sempre avvezza a fare i giri delle cancellerie altrui con il cappello in mano, sono andati addirittura in sollucchero. “Aiuto, scoppia la guerra civile, l’ha detto Macron!” dovrebbero strillare in coro le casalinghe di Voghera, e le loro equivalenti d’oltralpe, così come hanno pigolato, preoccupate, tutte le teste d’uovo dell’intellighenzia di casa nostra. Ma forse non accadrà, perché la casalinga di Voghera ormai –  a livello di acume politico –  le teste d’uovo se le mangia a colazione, col bacon. E ha capito, a differenza loro, che Macron ci sta manipolando. Una volta, un leggendario allenatore di nome Vujadin Boskov disse: “Rigore è quando arbitro fischia”. Oggi direbbe: “Guerra civile è quando unico stato implode”. Nel caso dell’Europa non c’è, per ora e ufficialmente, un unico-stato-centrale, ma solo nazioni, per ora e ufficialmente, sovrane. C’è poi una vermiforme infrastruttura burocratico-parassitaria, a vocazione evidentemente ‘imperiale’, attorcigliata come una tenia su tali nazioni. Essa si avvale, onde prevalere, non già (come nei secoli andati) della forza visibile del cannone, ma di quella invisibile dei cosiddetti trattati. Quindi la UE è per l’Italia (e per la Francia e per gli altri venticinque) ciò che l’Impero Austroungarico era per il Regno Lombardo Veneto nell’Ottocento. La storia ci può aiutare a demistificare. Quando un’entità statuale di antica tradizione si ribella a un’entità sovra-statuale prevaricante si parla di guerra d’indipendenza, non di guerra civile. Essa non viene combattuta tra i cittadini di uno stesso paese, ma dai cittadini di un Paese contro le forze occupanti di una potenza ritenuta sostanzialmente illegittima. Quindi, Macron inquina i pozzi quando parla di ‘guerra civile’ europea perché con due sole parole dà per scontate una serie impressionante di bufale: che ci sia un unico-stato-europeo di cui tutti ci riconosciamo ormai compatrioti, che all’interno di questo stato cospirino dei cittadini sediziosi e cattivi (i populisti) e che – Dio non voglia! –  dovesse mai scoppiare un conflitto, le regole d’ingaggio devono essere chiare fin da subito: i ‘cow boy’ sono i cittadini europei e gli ‘indiani’ i vituperati sovranisti grondanti egoismo nazionale. Urge, perciò, una guerra preventiva di carattere lessicale contro le menzogne di Macron. L’arma vincente ed esplosiva si chiama verità ed è declinabile in scarni concetti. Uno: l’Europa Unita non è il Sogno destinato ad allontanare gli Stati europei dalla loro propensione alle guerre fratricide, ma esattamente il contrario; ci sta avvicinando ad esse. In tal senso,  l’allarme di Macron è la più clamorosa smentita dell’equazione babbea ‘Più Europa uguale Pace’.  Due: l’eventuale contesa intra-europea che dovesse scoppiare non sarebbe una guerra civile, ma una guerra d’indipendenza. Cambia tutto, sapete. Rifletteteci. Pensate alle diverse emozioni suscitate dai due termini in questione: ‘civile’ e ‘d’indipendenza’. Il primo evoca il dubbio su quale sia la parte giusta per cui schierarsi, il secondo solo un patriottico senso d’orgoglio e d’appartenenza.

UNA PRECE PER ALFIE

alfieDall’Inghilterra, patria dei diritti e della democrazia, della Magna Charta Libertatum e del Bill of rights, dell’habeas corpus e della gloriosa rivoluzione arrivano inquietanti segnali. E non sono affatto buoni per chi sia debole, vulnerabile, inerme tipo il Gesù Bambino dei presepi. Per la quarta volta nel volgere di un biennio un giudice (in questo caso, tal Justin Haiden) ha condannato a morte un essere umano ‘inutile’. Trattasi di un bimbo di due anni, Alfie Evans, afflitto da una rara patologia neurologica degenerativa. La macchina che lo tiene in vita per volontà provvisoria dei due genitori, Kate James e Tom Evans, deve essere spenta. L’episodio è sintomatico, cioè costituisce un sintomo della malattia da cui la nostra civiltà è afflitta: ce ne rivela i contorni, in tutta la sua sfacciata purulenza. Ed è una malattia (mortale e mortifera) assai peggiore di quella da cui è afflitto il misero Alfie. Proprio per questo la sentenza è ‘giusta’, cioè allineata allo spirito del tempo e quindi filosoficamente, prima che giuridicamente, impeccabile. Per indagarne meglio i contorni conviene soffermarsi sugli aggettivi con i quali il magistrato inglese – facendo seguito a una serie di analoghe pronunce di suo colleghi britannici ed europei – ha qualificato la vita del piccolo (‘inutile’) e l’eventuale scelta di conservarla anziché sopprimerla. Scelta che sarebbe, secondo l’illuminato giurista, ‘scorretta’, ‘ingiusta’, ‘inumana’. Il primo aggettivo non ha bisogno di particolari esegesi. Non v’è dubbio che l’Evo Competitivo in cui ci troviamo a campare, proprio perché ‘competitivo’, esige protagonisti performanti e in grado di apportare un contributo (utile) al progresso (materiale) della macchina della produzione, del commercio e del consumo. Un bambino nelle condizioni di Alfie è sommamente inutile sia perché alcun contributo fattivo potrà arrecare al PIL della sua nazione sia perché, al contrario, costituirà un costo rubricabile sotto la voce di spesa-pubblica-improduttiva per il bilancio dello stato. Non solo: rappresenterà (sempre che non venga ‘spento’ prima) una perdita netta nel dare-avere a cui si riduce la vita umana fin dalla culla e continuerà a implementare il deficit anche dopo la maggiore età quando, in teoria, un uomo è in grado di tramutarsi in risorsa economica per il collettivo. Quanto all’irragionevole  volontà dei suoi genitori di non darsi per vinti, essa è di certo ‘scorretta’ perché la correttezza di un sistema tarato sul debito prevede che tu sia indebitato fin dal concepimento (come ci racconta la pubblicistica sul mostruoso debito pubblico pro capite incombente sulle nostre generazioni future per i secoli a venire quale una biblica maledizione). Ciò esige, quale non negoziabile condizione, che tu sia in grado di ripagare quanto hai ricevuto. Purtroppo per lui, Alfie è già tanto se respira. Inoltre, la decisione di tenerlo vivo è anche ‘ingiusta’ perché analoghi casi sono stati decisi nello stesso modo (i bimbi irrimediabilmente malati sono stati irrimediabilmente uccisi: il che, secondo una logica giuridica tutta britannica, sta diventando un ‘precedente’ che fa giurisprudenza). Infine, la tigna di mamma e papà è ‘inumana’ perché oggi non è più umano ciò che è umano, ma è umano ciò che piace. E piace solo ciò che produce. Un applauso al giudice inglese, dunque. E una prece per Alfie.

LEZIONI DI STILE (LIBERO)

stileModesta lezione di stile (libero) a chi impartisce lezioni di stile (Juve). Antonello Piroso è un bravissimo giornalista e anche, per sua stessa ammissione, un tifoso interista. All’indomani della proditoria eliminazione juventina dalla Champions, ha pubblicato su ‘La Verità’ un lungo e circostanziato articolo in cui bacchetta senza pietà Gianluigi Buffon. Il monumento bianconero si sarebbe macchiato, a suo dire e per così dire, di vilipendio allo stile Juventus. Gigi, infatti, ha apostrofato l’arbitro della partita con epiteti irriferibili (vabbè, ormai sono stati riferiti a mezzo mondo: la pattumiera al posto del cuore e poi e poi). Il pezzo di Piroso è interessante sia perché tira in ballo il famoso stile Juve sia perché è scritto da un interista. Lo ‘stile Juve’, in realtà, è una trappola retorica con la quale gli anti-juventini sistematicamente mettono in croce gli juventini; l’interista, invece, è – nella sua piccineria invidiosa e piagnucolante – la quintessenza dell’anti-Juventinismo militante. Ci spieghiamo meglio. Quanto al famoso stile e alla sua funzione, consiste in questo: quando la Juve vince, vince perché ruba; quando perde, deve stare muta perché lo ‘stile Juve’ glielo impone. Quindi, ogni bianconero che si rispetti (e l’unico bianconero rispettato è il bianconero sconfitto) deve accettare la batosta sempre e comunque e sperticarsi in lodi all’avversario anche quando costui l’ha fatta sporca e fare contrito atto di olimpica e sportiva sottomissione allorquando la malasorte, o persino la malafede altrui, lo pigliano a bastonate sui denti. I maggiori sostenitori di questo ‘stile Juve’, in genere, sono proprio coloro che la Juve la odiano. E, in primis, quelli che non sanno perdere mai: né quando perdono senza meritarlo (il che si potrebbe capire) né quando perdono meritandoselo al massimo grado. L’interista, in questo senso, è paradigmatico: il prototipo perfetto del tifoso livoroso e rosicone il quale – se perde, e perde spessissimo, chissà perché – incolpa, nell’invariabile ordine: la Juve che ruba, gli arbitri distratti, la sfortuna cieca e il destino cinico e baro. Ne discende che Buffon, con la sua uscita (la migliore uscita della sua carriera, credetemi) non ha tradito l’inesistente ‘stile Juve’, ma ha promosso l’unico ‘stile agonistico’ accettabile: quello dell’orgoglio, della rivendicazione, del coraggio. Coraggio di dire pane al pane e salame al salame, anche quando il salame è un arbitro o l’arbitro ha il salame (offerto dalla Casa Blanca?) sugli occhi. A Piroso, poi, andrebbe ricordato cos’è lo ‘stile Inter’. Una squadra, quella nerazzurra, la cui leggenda è costruita – oltre che sul piagnisteo a oltranza – su un’unica leggenda (quella di Herrera, Sarti, Burgnich e Facchetti) che forse è davvero tale per quanto è risalente e tramandata sulla parola; e poi anche sulle ceneri della cosiddetta Calciopoli, la più oltraggiosa operazione di pulizia etnico-sportiva mai realizzata a livello mondiale. Insediato un consigliere nerazzurro ai vertici della Federcalcio e rasa al suolo la concorrenza, gli interisti vinsero. Poi gli avversari tornarono e l’Inter ricominciò a perdere, come da copione e tradizione. Ergo, grazie Gigi per aver urlato al mondo che lo stile Juve – e le prediche di chi lo propaganda – ricordano la famosa, fantozziana corazzata: sono una cagata pazzesca. Proprio come certi tarocchi&cartoni altrui.

REAL LADRID

ladridQuesta è una letterina per un bimbo juventino che ho visto piangere dopo l’atroce beffa di Madrid (Real  zero, Juve tre, rigore inventato e Ronaldo qualificato). Forse è anche una letterina per il me stesso bambino che pianse dopo la notte di Atene del 1983. La lettera, quel bambino, dovrà leggerla – per capirla – quando sarà grande almeno quanto me che ora la scrivo. Ma giuro che gli farà un sacco di bene. Prima, però, una premessa: c’è Lewis Hamilton e c’è Gilles Villeneuve, c’è Miguel Indurain e c’è Marco Pantani. Ci sono quelli (innumerevoli) delle innumerevoli vittorie normali e ci sono quelli (rarissimi) delle  rarissime imprese impossibili. Gli uni gratificati, solo vincendo, dagli albi d’oro della contabilità agonistica, gli altri destinati, anche perdendo, all’epica della Storia sportiva. Andare al Bernabeu e farne tre (a zero) a una delle squadre più forti di sempre guidata da uno dei fuoriclasse più splendenti di sempre in faccia a novantamila assatanati tifosi avversari non può accadere davvero: è il plot di un film di Spielberg, la trama di un libro di Brown. Eppure è successo e i tifosi – sia i bianconeri che sono tanti sia gli anti-juventini che sono tantissimi – si guardavano attoniti, a pupille sgranate, accecati dalla meraviglia incandescente dell’inverosimile che s’incarna. Poi è successo quel che è successo per colpa di chi sappiamo, ma non importa. Voglio dire a quel bambino che, l’altra notte, ha assistito a un miracolo che trascende (sublima) le coppe e tutto il resto. Un prodigio paragonabile solo a due eventi nella storia del football (il Mundial 82 culminato, guarda caso, al Bernabeu di Madrid e l’analoga rimonta del Liverpool sul Milan nella finale Champions del 2005). Posso garantirlo perché, dodicenne, fui spettatore delle irripetibili giornate degli azzurri di Bearzot. Ecco, l’undici aprile 2018 – proprio come l’11 luglio 1982 –  il soprannaturale mi ha colto, ci ha colti (me e il bimbo di cui sopra e ogni altro juventino), di nuovo e inaspettatamente, di sorpresa e con la guardia per fortuna abbassata. Ci ha ammutoliti e inginocchiati dinanzi all’epifania del non credibile. Quando scocca il Novantesimo, la remuntada è compiuta, la leggenda scritta, i pronostici stracciati, gli eterni vincitori ribaltati in casa loro. Ma poi arriva il settimo cavalleggeri delle logiche politiche, della viltà arbitrale, del ‘miedo escenico’ madridista e il sogno si spegne. Cosi ci hanno detto. È vero il contrario, caro bambino. Quel rigore subìto ha suggellato, per sempre, la più ‘omerica’ delle vittorie bianconere. Se non davano quel rigore e passavamo noi, delle due l’una: o avremmo vinto la Champions o l’avremmo persa. In entrambi i casi, l’agognata e immensa gioia o l’ennesima e bruciante delusione avrebbero oscurato il Miracolo di Madrid. Così, invece, esso resterà cristallizzato per sempre nella teca magica del mito, benchè fuori dagli albi d’oro, anzi proprio perché è ‘sopra’ a qualsiasi albo d’oro. Anche chi gode ora dello scippo (il robo del siglo, il furto del secolo, l’ha definito un giornale spagnolo), si accorgerà col tempo di come si sbaglia. La faziosa miopia di quell’arbitro era la mano della provvidenza: ci ha impedito di finire nella lista delle vittorie normali, ma ci ha consegnati in eterno a quella delle imprese impossibili.

ARMI COMICHE

armi-comichePare stia scoppiando la terza guerra mondiale. Allora ci sia consentito un ultimo post prima di essere inceneriti da una bomba nucleare (che credo vada benissimo perché non è ‘chimica’, è ‘fisica’, quindi non viola i precetti del bellicosamente corretto). Per capire quanto ci reputano idioti (o quanto lo sono, a volte la differenza è così sottile da apparire impercettibile) ragioniamo sul ‘casus belli’. Il casus belli è il fatto che origina, e quindi giustifica, una guerra. In questa specifica occasione, il casus belli sono le armi chimiche. Lo ha detto Trump: “È intollerabile l’uso della armi chimiche!”. Gli ha fatto eco la May: “È malefico l’uso della armi chimiche!”. Lo ha ribadito Macron:  “È osceno l’uso della armi chimiche!”. Poi si sono accodati anche gli italiani che – non avendo un pensiero proprio da quando la nostra Terra ha smesso di produrre pensatori – vanno a ruota, e in coda, di quello altrui. Il Conte Gentiloni Vien dal Mare ha proclamato: “È intollerabile l’uso della armi chimiche!”. Il ruggente reggente del PD, tal Martina, ha esclamato: “È intollerabile (e, già che ci sono, pure osceno e malefico) l’uso della armi chimiche!”. E quindi, va da sé, viva la coalizione dei volenterosi – si chiama così, giusto? – che stanotte, sul far dell’alba, ha bombardato con bombe ‘intelligenti’ alcuni siti siriani (di ‘stupide’ armi chimiche). Perché i siriani –  pare –  usano le armi chimiche. Dico ‘pare’ perché l’ultima volta che sono stati massacrati centinaia di migliaia, malcontati, di innocenti la scusa erano i depositi di armi chimiche di Saddam Hussein; che non c’erano. Lo ammise quel genio politico e militare che risponde al nome di Tony Blair: “Ci siamo sbagliati, non c’era alcun arsenale di armi chimiche”. Forse, la provetta esibita da Colin Powell all’Onu conteneva solo gas intestinale (non chimico) di George Dabliu Bush. Ad averlo saputo prima, mica massacravano mezzo Medio Oriente (un quarto se lo facevano bastare). Ora, la faccenda è veramente comica perché questi qua pensano davvero che possiamo bercela di nuovo. Una volta le guerre erano una cosa seria, sapete. Tipo  il primo conflitto mondiale che scoppiò perché Gavrilo Princip uccise il principe ereditario Francesco Ferdinando a Sarajevo, o il secondo, propiziato dall’invasione della Polonia. Una volta le guerre erano dettate da biechi motivi di egemonia geopolitica, dagli interessi economici, da smanie di potere. Oggi, invece, solo guerre giuste, ‘etiche’ contro il killer di turno, fanatico di armi chimiche. Perché il problema non sono le armi, capite? Sono le armi ‘chimiche’. Le altre armi vanno benissimo. E, infatti, con le ‘altre’ armi (le chiamano ‘convenzionali’ perché, convenzionalmente, non fanno la bua) gli americani hanno incenerito il destino di due generazioni di iracheni e di una generazione afgana. E l’Italia ne è uno dei maggiori produttori al mondo. Sarebbe come se, nel sedicesimo secolo, Filippo secondo di Spagna avesse giustificato il suo attacco a Elisabetta prima  d’Inghilterra affermando che gli inglesi usavano le spade anziché le lance. Maledette spade: lacerano i tessuti e i visceri dei nemici anziché trafiggerli con competitiva eleganza. Non fosse che c’è di mezzo la vita dei poveri cristi, mi verrebbe da spezzare una lancia a favore delle armi chimiche. Ma non lo faccio se no mi s’incazza Gentiloni. E pure Filippo secondo.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

AVVOCATI DELLE CAUSE VINTE

avvDispiace, da avvocato, dover biasimare la categoria, ma se lo si fa per motivi non legati alla professione in sé, ma al modo in cui essa (tramite i suoi vertici istituzionali) si pone di fronte alle storture, alle disuguaglianze, alle iniquità di un’epoca, allora non è solo lecito, ma anche doveroso. Una delle istituzioni di rappresentanza  dell’avvocatura si chiama Consiglio Nazionale Forense e il suo organo di stampa di riferimento ha nome ‘Il Dubbio’. La testata in questione, da un po’ di tempo, è impegnata in una serie di campagne di stampa e di iniziative culturali apparentemente calibrate con l’intento di fare il solletico al Sistema, di non scalfirlo e – quindi – per un inevitabile effetto collaterale, di garantirlo. Eccone alcune, in ordine sparso: lotta alle fake news, lotta all’odio e alle sue invereconde manifestazioni, lotta al razzismo. Mamma mia, quanto lottano gli avvocati, oggigiorno! L’ultima notizia sparata in prima pagina,  la più recente, riguarda un imperdibile convegno dove fior di giuristi ci hanno messo in guardia contro lo spauracchio ‘razzista’, appunto. Non ci stupiremmo se la prossima crociata in cantiere riguardasse l’antifascismo. Dichiararsi antifascisti in assenza di fascismo è uno dei più fulgidi esempi di quella strategia del ‘solletico al Sistema’ cui poc’anzi accennavo. Come si spiega la faccenda? Forse ricorrendo a Marx (del vecchio Karl non è proprio tutto da buttare) il quale, come noto, distingueva tra ‘struttura’ (il substrato economico di un contingente periodo storico e i correlati rapporti di forza  tra le classi) e ‘sovrastruttura’ (le ‘polluzioni’ del dato economico, per così dire, di natura ‘ideologica’ cioè culturale, giuridica, di costume). A voler aggiornare tale chiave interpretativa, si potrebbe sostenere che viviamo in un sistema economico (e di rapporti sociali) supremamente ingiusto e manifestamente incostituzionale; esso si legittima e ‘riproduce’ attraverso istituzioni a-democratiche, ma purtuttavia ancorate al diritto positivo (ai famosi ‘trattati’ della Ue, in primis). E ciò con la precisa funzione di ammantare con una patina di legalità l’illegale – quando non criminale – scippo di diritti e sovranità in atto da decenni a danno dei cittadini del nostro e degli altri paesi europei. Tutt’intorno a questo dato fondamentale (di cui gli avvocati ‘non’ si occupano)  c’è la gnagnera ‘ideologica’ che blatera dell’inessenziale, dell’inconferente, del superfluo. Qui trovano spazio i pallosissimi dibattiti (dove, in genere, ci si dà ragione a vicenda: sono tutte buone cause ‘vinte’ in partenza, a ben vedere) sulle fake news, sull’odio, sul razzismo, sulla parità di genere e sui loro ‘derivati’ giuridici. Ecco, l’attuale classe forense – non tutta, per fortuna, ma la sua creme certamente sì – discetta delle minutaglie sovrastrutturali, cioè degli inestetismi del tumore e ignora (a bella posta?) il tumore vero e proprio. Marx direbbe che l’avvocatura, oggi, adempie a puntino al compito storico, e  classico, delle elites intellettuali partorite dai regimi di ogni epoca, natura e colore: dilettarsi col sesso degli angeli pur di non criticare il Regime. Eppure di avvocati rivoluzionari il passato è pieno (a partire da Danton e Robespierre). Questo pensiero ci conforti e ci consoli: possiamo trasformarci nell’avanguardia critica della denuncia. Non facciamoci sfiorare dal Dubbio.

PICCOLE DONNE (NON) CRESCONO

fetoA Roma è successo un fatto strano: hanno rimosso il manifesto di un’associazione, la ProVita, contraria all’aborto. Oddio, proprio strano no. Viviamo pur sempre nel tempo della censura ‘bianca’ dove chi non la pensa come  il coro la canta rischia di vedersi chiudere il profilo facebook o il canale su youtube. Qui, però, è peggio: hanno ordinato di staccare il manifesto dal muro non i titolari di un colosso privato della web society, ma i rappresentanti pubblici, quindi eletti, dei comuni cittadini. Ergo, la censura è doppiamente grave perché bisogna risalire al Minculpop (o ai pruriti puritani degli anni Cinquanta contro la stampa ‘sconcia’) per trovare altri episodi consimili. Ma perché era così pericoloso il manifesto suddetto? A quanto pare, perché richiamava l’attenzione sull’aborto in maniera brutale. Non citava dati, non sciorinava statistiche, non vantava conquiste di civiltà. Mostrava, semplicemente, il corpicino di un feto; uno dei milioni di feti  soppressi ogni anno grazie all’aborto. Perciò, abbiamo un paio di grossi problemi: uno riguarda la libertà di espressione a cui accennavamo in abbrivio e se ne occuperà la coscienza dei senatori del partito ‘democratico’ che hanno chiesto la rimozione del poster oppure la coscienza degli attivisti ‘democratici’ del Movimento capitolino che l’hanno portata a termine. L’altro tema concerne la verità. Perché era così conturbante il cartellone di cui trattasi, al punto da doverlo scollare? I promotori della lodevole, democraticissima iniziativa l’hanno rivendicata affermando che “difendere la vita con messaggi così crudi e violenti non appartiene alla storia delle donne, né della città”. Davvero singolare come motivazione. È violento il messaggio di chi rammenta le fattezze di un bambino giustiziato nel grembo, non il gesto o la tecnica che quel bambino giustizia. Poi si cita la storia “delle donne e di una città”. E ciò  di fronte a un ‘affresco’ con l’unico torto di ricordare l’altra ‘storia’ bruscamente interrotta (diciamo così) di piccole donne (e piccoli uomini)  già formate a sufficienza per meritare l’epiteto di ‘umane’. Ecco il vero punto. L’aborto è un tema ‘scottante’ – e lungi da noi volerlo risolvere in un senso o nell’altro qui, adesso, su due piedi, nell’asfittico spazio di un post –, ma dell’aborto è lecito evocare sempre e solo il lato della medaglia concernente il ‘diritto civile’ di chi lo esige o il ‘dovere sociale’ di chi lo somministra. Mai il lato oscuro di chi lo subisce. E chi lo subisce è un feto (cioè una donna, o un uomo, in potenza) di fatto ucciso. Si può seriamente sostenere che la foto rientri nel novero delle “esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali” proibite dal Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale? È davvero di cattivo gusto illustrare il nascituro (morituro) in un murales? Forse, ma non meno di quanto lo sia far finta di niente. Dice: ci sono migliaia di buone ragioni che militano a favore dell’aborto. Può darsi, almeno quante ce ne sono per promuovere l’eutanasia. Ma poi resta sempre sul tappeto, o meglio sotto, quel fastidiosissimo effetto secondario che risponde, tecnicamente parlando, al nome di ‘soppressione di un essere umano’. Guai a ricordarlo, però. Con buona pace della libertà. E anche della verità.

CELLE FRIGORIFERE (A 5 STELLE)

frigoQuark – Viaggi nel mondo della scienza (cinquemillesima puntata). La storia dei frigoriferi. Frigorifero – (funzionamento e proprietà): si comprime il refrigerante allo stato gassoso e, con l’aiuto di una serpentina, lo si fa transitare allo stato liquido e questo comporta, contemporaneamente, un abbassamento della temperatura rispetto a quella dell’ambiente. Il ciclo si ripete finchè un termostato segnala il raggiungimento del ‘freddo’ desiderato. A quel punto, i cibi si conservano. Ecco come Jacob Perkins, il primo depositario di un brevetto sulla pregevole trovata, ne magnificherebbe le qualità: “La carne e il pesce mantengono il loro gusto e la loro freschezza naturale: restano commestibili, restano buoni, nella padella o nella pentola fanno un figurone”. Dopo il frigorifero, ecco il freezer, altra strepitosa invenzione: un gas passa dentro a un sistema a griglie, una  interna e una esterna, messe in comunicazione da una  pompa e da un ugello. In tal modo, si salvaguardano non solo i cibi comuni, ma anche le torte semifredde, i gelati e persino i ghiaccioli. Ecco come un esponente della principale azienda produttrice riassumerebbe le proprietà dell’elettrodomestico: “Gli alimenti mantengono il colore e il sapore già assunti artificialmente: restano freddissimi, restano mangiabili, nelle calde ore d’estate arrecano un favoloso sollievo”. Dopo il freezer, l’ultima evoluzione, in ordine di tempo, ha un’applicazione squisitamente politica. In pratica, si prende un Paese sull’orlo di una crisi di nervi (diciamo pure l’Italia della grande crisi post 2008) accortosi delle nefaste conseguenze del suo ingresso nell’euro e del delittuoso furto di sovranità patria perpetrato dai partiti firmatari dei famosi trattati UE. Poi si fonda un movimento – un frigorifero a 5 Stelle – e si stuzzica il popolino con tutta una serie di proposte ‘rivoluzionarie’ (fuori dall’Unione Europea, fuori dall’euro, fuori dalla Nato, ripristino della democrazia costituzionale e via così, di rivolgimento in rivolgimento). Indi, grazie a una spasmodica attenzione mediatica, si fa crescere il movimento sì da drenare milioni e milioni di delusi dalla vecchia politica. Una volta raggiunto il livello di freddura (e cioè la soglia critica oltre la quale i delusi possono finalmente contare qualcosa in un contesto che li ha sempre sistematicamente traditi) li si immobilizza per sempre. Ecco come il massimo esponente (dicesi capo politico) del ‘Movimento’ ha riassunto, festoso, il ‘congelamento’ del proprio elettorato, dopo le consultazioni con Mattarella: “l’Italia manterrà gli impegni internazionali già assunti: resterà alleata dell’Occidente, resterà nella Nato, nell’Unione europea e nell’unione monetaria”. Il miracolo è compiuto, grazie ai prodigi della scienza (delle manipolazioni). Insomma, a distanza di un secolo e mezzo dall’Unità d’Italia, vale ancora e sempre il celebre monito che Tomasi di Lampedusa mette in bocca a Tancredi, il focoso nobile nipote del Conte zio schieratosi coi sedicenti rivoluzionari garibaldini: “Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”. Se anche mai ci toccasse un governo a 5 Stelle, sarebbe la solita cella: tutti stretti stretti – e felici! – in un nuovo frigidaire.