LA REGINA DI CUORI E IL CAPPELLAIO MATTO

cappellaio-mattoIl professor Panebianco è uno dei più insigni intellettuali italiani e scrive sulla testata più prestigiosa d’Italia. In un suo recentissimo pezzo ha distillato in maniera impeccabile alcuni dei totem e tabù dei cultori dello status quo. Il totem  è un’entità naturale o soprannaturale dotata di un “significato simbolico particolare per una persona, un clano una tribù, e al quale ci si sente legati per tutta la vita”. Il tabù è una “forte proibizione (o interdizione), relativa ad una certa area di comportamenti e consuetudini, dichiarata sacra e proibita”. Bene, l’articolo di Panebianco, proprio snocciolando i totem e tabù dell’attuale uomo medio europeo, ci aiuta a fare luce sulle convinzioni radicate nella sua “mappa del mondo”. Quella, per intenderci, di chi – nonostante l’evidenza solare e contraria – persiste a ritenere quella attuale la migliore delle configurazioni politiche, sociali ed economiche possibili. Totem-tabù numero uno (parole di Panebianco): “Forse la fine della più grave crisi economica del dopoguerra ridimensionerà, magari anche drasticamente, in altri Paesi europei, il peso dei movimenti impropriamente definiti populisti ma che è meglio definire «antisistema» (nemici della società libera o aperta)”.  Per Panebianco viviamo in una società “libera e aperta”, benché fior di giuristi vadano ripetendoci che l’Europa Unita è un coacervo di istituzioni intrinsecamente votate all’arbitrio e alla faccia del fatto che i fatti dimostrino come la cosiddetta “apertura” abbia funzionato, ad oggi, solo per favorire un’immigrazione selvaggia e sregolata e per assecondare l’invasione continentale da parte di merci prodotte sottocosto sfruttando la mano d’opera di paesi “più competitivi”. Inoltre, per il prof i cosiddetti “populisti” non sono elettori stanchi di essere presi per il naso da un sistema dove le elezioni  non contano nulla perché gli eletti non decidono nulla; sono, piuttosto, “nemici” (l’impiego di un aggettivo dalle connotazioni “ostili” è rigorosamente voluto) della società aperta. Totem-tabù numero due: “Per sindrome da sottosviluppo intendo un insieme di atteggiamenti che indicano la volontà di prendere congedo dalla modernità. È una sindrome incompatibile con le esigenze di una società libera (e quindi anche prospera e dinamica)”. Per Panebianco l’attuale civiltà è “prospera e dinamica”, una prosecuzione lineare e fisiologica di quella basata sul modello keynesiano che tanto benessere vero e tanti diritti sociali autentici portò ai paesi occidentali dal dopoguerra agli anni ottanta. Egli non vede che il format attuale, tarato sull’ultraliberismo e sul Washington Consensus, è l’esatto opposto di quel modello. E tuttavia, la confusione gli permette di tacciare di “sottosviluppo” chi contesta la macroscopica matrice di diseguaglianze sociali  e di povertà endemica in cui si è trasformata la “modernità”. Totem-tabù numero tre: “Anche l’altro baluardo di una società moderna, la scienza, da noi è sotto attacco. La vicenda dei vaccini docet”. Detto da uno che vive in un paese dove hanno imposto dieci vaccini (record mondiale) con trattamento sanitario obbligatorio. Il mondo che Panebianco e i suoi lettori ‘vedono’ non è il nostro Paese, ma il Paese delle Meraviglie. Inevitabile che votino sempre per la Regina di Cuori e che diano del “Cappellano Matto” a chi osa dissentire.

MUNDA MUNDIS

foglioC’è un monito di San Paolo che, con la suprema sintesi dei motti latini, recita: ‘omnia munda mundis’: tutte le cose sono pure per i puri. Significa, più o meno, che lo sguardo candido dell’ingenuo  sa  scorgere solo cose buone e belle e giuste e sante, o perlomeno santificabili, nel ginepraio del mondo circostante. Il puro non coglie  il male del mondo perché non lo ospita in sé. Non lo vede perché non ci crede. Così, egli affronta i travagli esistenziali nella fiduciosa attesa del lieto fine inevitabile. Incarnazione letteraria di un’indole siffatta è il Principe Myškin, l’indimenticabile “Buono Assoluto” di un capolavoro di Dostoevskij (dal titolo suggestivo: “L’idiota”). In Italia possiamo vantarne un equivalente editoriale e quindi l’eccezionale circostanza va quantomeno approfondita. Ci riferiamo al quotidiano “Il Foglio”, ora diretto da Claudio Cerasa. Trattasi di una pubblicazione da tempo euforicamente schierata a favore di qualunque fenomeno, personaggio, istituzione dell’era contemporanea in sintonia con il globalismo ultraliberista. Il Foglio è un giornale “elitista”, ma non nel senso critico e analitico dei Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels di inizio Novecento. È “elitista” perché adora le elites, detesta chiunque vi si contrapponga e giornalmente sbeffeggia i renitenti al Sistema. Non lo fa per cattiveria, sia ben inteso. Tutto il contrario. Lo fa per bontà. A quelli del Foglio, il Sistema evidentemente distorto, iniquo, dispotico in cui siamo immersi pare invece drittissimo, equo, liberale, anzi liberissimo. Vedasi, a conferma, l’editoriale del direttore del 22 settembre 2017 dove si legge, a proposito della situazione corrente dell’economia italiana ed europea: “L’Europa corre, eccome se corre (…) nonostante i molti uccelli del malaugurio l’Eurozona corre sempre più veloce e corre più delle aspettative con un più 2,2 per cento che verrà registrato nel 2017”. Roba da Istituto Luce del ventennio: fa tenerezza. Nello stesso pezzo, il nostro auspica una grande coalizione di destra e sinistra per sconfiggere le “zanzare sovraniste” (nel mondo immacolato dei puristi del  Foglio, i termini ‘destra’ e ‘sinistra’ connotano ancora due schieramenti alternativi con programmi differenti). Sarebbe come se un prigioniero auspicasse una coalizione tra i reclusi per aiutare i secondini e scongiurare le “istanze libertarie” degli aspiranti fuggiaschi. Ma che volete farci. Cerasa & Company non vedono nulla di male nella deriva autocratica in atto, nessuno scippo di sovranità, nessun deficit di democrazia, solo pascoli di opportunità tappezzati di erba inglese e di stracolmi carrelli per le spese. Per loro la concorrenza e la competitività sono la chiave della felicità. E la applicano a chiunque tranne che a se stessi visto che, dal 1997 al 2013, la testata ha beneficiato di 50 milioni di finanziamenti pubblici dallo Stato. Ma la contraddizione mica la vedono: omnia munda mundis.

SURREAL MADRID

catalognaQuanto sta accadendo in Spagna è surreale. Per decifrare gli eventi di un Paese  dove  lo Stato centrale manda gli sbirri a spegnere i bollenti spiriti indipendentisti di Barcellona con il plauso della Commissione Europea  può giovare un esercizio di fantasia. Immaginiamo che, in Inghilterra, la Regina Elisabetta vada via di testa perché un ragazzino della corte, nei giardini di palazzo, si ostina a giocare a fare il re con una ciotola di carta come corona, un mestolo di latta a mo’ di spada e un manico di scopa per cavallo. Se The Queen spedisse un plotone di guardie col colbacco in pelle d’orso ad arrestare il monello per frenarne le ambizioni, l’intero Regno Unito si scompiscerebbe dal ridere. Ecco, i fatti attuali di Spagna non si scostano poi di molto da questo aneddoto inventato. Le pretese dei catalani fanno sorridere come il gioco puerile di cui sopra così come le isteriche reazioni di Rajoy somigliano agli strepiti di una regina impazzita. E la ragione è presto detta. A Madrid non c’è più uno Stato centrale effettivo  né un governo sovrano titolare di una supremazia credibile sul proprio territorio. Nella penisola iberica (Portogallo compreso), come in tutta l’area euro (Italia compresa, ovviamente) non ci sono più Stati autentici, nel senso giuridicamente proprio e tradizionale del termine, ma simulacri di Stati. Tocco su tocco, da Maastricht a Lisbona, le cupole sovranazionali hanno loro scippato due prerogative chiave di qualsiasi potere-politico-indipendente: la cassa del tesoro e l’imperio della legge. La prima, detta anche banca nazionale, si è disciolta (grazie all’acido del SEBC, il Sistema Europeo delle Banche Centrali) nell’intestino crasso della BCE. Il secondo è esercitato solo ‘per procura’ dal parlamento spagnolo degradato a diligente scrivano di altrui decisioni (sotto specie di regolamenti e direttive) concepite a Bruxelles. Dunque, è patetica la pretesa catalana di rivendicare l’indipendenza nei confronti di un sedicente stato che l’indipendenza l’ha persa da un pezzo. Ed è ridicola la reazione spagnola nel suo sforzo geloso di preservare una corona che non c’è più. La Spagna non è regina di sé stessa più di quanto lo sia Elisabetta  in quel di Londra. E la Catalogna lotta per un mestolo di latta. A meno che… A meno che l’intendimento dei separatisti non sia quello di una contestuale emancipazione nei confronti di Bruxelles. Il che non risulta. Vogliono solo evadere da Alcatraz per poi ritrovarsi a San Quintino.  In ogni caso, non ci riusciranno perché la UE non può permetterselo e, infatti, si è schierata senza se e senza ma con Madrid come tutta la Grande Stampa, i media generalisti e l’intellighenzia europea: la UE per ovvie e comprensibili ragioni di realpolitik  (chiunque detenga il vero potere detesta i ribelli); tutti gli altri per la nota e servile condiscendenza di un cane fedele nei confronti dell’inflessibile padrone.

IL FIANO FORTE

fianoSi è fatta notte, ma c’è chi non dorme nella sede del Partito Democratico. Le ombre oblique del crepuscolo si squagliano in una densa oscurità incollata ai vetri di sezione. Proprio lì – nelle sede dove si raffinano i cervelli più fini e si elaborano le strategie strategiche, nella blindatissima stanza dei bottoni –  ferve  da ore il dibattito. Spiove una luce fiacca dalle plafoniere al neon e, attorno alle chicchere bianche vuote di caffè, i grossi calibri e i gli alti papaveri si spremono a vicenda le meningi per trovare una quadra. C’è un problema di sintonia con il popolo. A un certo punto, uno sherpa delle retroguardie, di quelli ignorati e sgobboni, si cimenta in una sintesi perché – prima che l’alba sorga sui colli fatali di Roma – il capitano vuole che sorga un’idea. “Allora, per riassumere! Dobbiamo intercettare i bisogni veri della gente, capire ciò che la base ci chiede, andare incontro alle necessità impellenti di milioni di italiani impoveriti dalla crisi”. S’ode un leggero battimani, subito sopito, nell’aria impestata dai vulcani antizanzara. Il boss, che odia gli arrivisti più dei tafani, zittisce all’istante l’incauto e dà la parola al capogruppo della camera, onorevole Fiano, il quale si alza e scioglie un inno al gagliardo slancio riformatore, alla sana spinta riformista,  al vigoroso conato innovativo. A un cenno della Guida, anche Fiano si tace e – complice l’alba filtrante dagli scuri – intuisce che è l’ora. C’è da ricapitolare le decisioni già prese, quelle che l’intera penisola attende: “Dunque, compagni e amici, ecco i tre disegni di legge da calendarizzare domani. Primo: introduzione del reato di apologia del disfattismo relativo alla Grande Guerra del ‘15-‘18. Verranno licenziati i docenti sospetti di essersi pronunziati contro le nobili ragioni che indussero il Regno d’Italia a schierarsi con la Triplice Intesa. Secondo: introduzione di una multa di 10.000 euro a danno di tutti i discendenti (da individuarsi con apposite ricerche senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica)  di coloro che – in occasione dei referendum per l’annessione al Regno d’Italia tenutisi dal 1861 al 1866 – votarono contro i Savoia. Terzo: reato di apologia del fascismo per chiunque pronunzi o anche solo pensi o anche solo disegni la parola DUCE”. Vibranti applausi nella saletta gremita. Il capo impone un’unica modifica: invertire l’ordine, si parte col manganellare i fascisti. Mozione ratificata all’istante, ma quando il consesso sta per sciogliersi, si leva il garzone di seconda schiera e timidamente abbozza: “Forte, onorevole Fiano! Sono estasiato da ciò che la sua mente produce e di fronte alle vette a cui ci conduce”. Al che – pari a una tempesta tropicale – l’ira di Fiano si abbatte sul tapino: “Parlo arabo, forse? Ho detto che DUCE non si può dire!”. Truci sguardi e mormorii di disapprovazione. Il compagno che sbaglia ammette che si è sbagliato: “Scusatemi. Volevo dire: Forte, onorevole Fiano! Sono estasiato da ciò che la sua mente pro*** e di fronte alle vette a cui ci con***”. Applausi in sala. Poi escono tutti in fila, elettrizzati, ma nessuno dice all’ultimo di spegnere la luce. Che poi magari Fiano s’incazza perché fa rima con duce.

AVVOCATI SOTT’ODIO

sottodioPerché è legittimo che a un avvocato salti la mosca al naso al pensiero del G7 sul “linguaggio dell’odio” organizzato dal sommo consesso dell’avvocatura italiana? Direi per due ottime ragioni. In primo luogo perché  allestire oggi, in questo preciso momento storico, un summit internazionale delle toghe sul “linguaggio dell’odio” è come discutere sul colore di una tenda parasole mentre arriva l’Uragano Kathrina. Si tratta di una faccenda non solo largamente controversa e suscettibile di plurime strumentalizzazioni, ma soprattutto di portata insignificante rispetto alle reali, profonde e drammatiche emergenze dell’Universo della Giustizia e del Diritto di cui gli avvocati dovrebbero essere vigilanti custodi. Qualche esempio di tali urgenze? Si va dalla restrizione degli spazi di agibilità democratica in tutti i paesi europei all’intensificarsi di forme sempre più massive e vergognose di controllo sulle persone, dalle intrusioni capillari nella privacy dei cittadini allo scippo dei diritti basilari di popolo e di stato da parte delle oligarchie finanziarie transnazionali, dalla proletarizzazione incipiente, se non compiuta, del ceto forense, alla stipulazione di trattati commerciali transoceanici nella più totale segretezza e in spregio della tutela della salute pubblica e privata. Parliamo di priorità gigantesche tanto da derubricare il pericolo dell’odio a uno schizzo di guano di piccione sulla staccionata di un porcile. Ma questo è solo il primo motivo per cui indignarsi di fronte all’iniziativa del G7 forense. Ce n’è un altro ben più importante. Il cosiddetto hate speech e qualsiasi altra iniziativa concernente l’espressione verbale e scritta delle persone è, da sempre, una fenomenale scorciatoia per giustificare il controllo delle coscienze, della libertà di espressione, del diritto di parola. L’odio è un sentimento umano, né buono né cattivo. Esso può avere conseguenze nefaste, ma anche prodigiose. Dall’odio al nazifascismo è nata la resistenza,  dall’odio verso i gulag è scaturita la perestroika,  dall’odio nei confronti dei privilegi e della tirannide sono scaturite le grandi rivoluzioni della storia. Quando, però, l’odio viene introdotto nel corpus normativo di un ordinamento giuridico, come un male da debellare, allora siamo alla vigilia di derive totalitarie. Infatti, i significati di questa parola sono così elastici, talmente gommosi e plasmabili, da piegarsi ad ogni manipolazione, in primis a quelle finalizzate ad anestetizzare la dissidenza al Sistema. Ciò su cui avrebbero dovrebbero riflettere gli avvocati a Roma è il fatto che l’odierna campagna anti-odio è ideata, incoraggiata, sponsorizzata dalle stesse forze (in primis, i colossi del web) che controllano il mondo. Insomma, è un’esigenza fittizia sintetizzata abilmente nelle roccaforti della civiltà globalizzata, non un bisogno spontaneamente scaturito dal basso. L’uso della morale e dei sentimenti come grimaldello per attivare il silenziatore automatico di chi contesta il Potere è uno dei punti chiave del romanzo distopico 1984 (laddove il Grande Fratello aveva istituito proprio il ‘Minamor’, cioè il Ministero dell’Amore) e anche di alcune teocrazie attuali (in Iran la libertà di parola è un concetto sconosciuto e a vigilare ci sono i “Guardiani della Morale”). E al G7 di Roma ci voleva una bella arringa in difesa di chi odia quelli che odiano l’odio.

L’ODIO LO METTO IN DUBBIO

dubbioL’altro giorno mi è venuto un dubbio. In senso “letterale”. Mi è arrivato via mail un link alla pagina del giornale “Il Dubbio” fondato dalla FAI, Fondazione dell’Avvocatura Italiana, e promosso dal CNF, il Consiglio Nazionale Forense; insomma, un po’ l’equivalente, per gli avvocati, di ciò che l’Avvenire è per la CEI. Mi si informava di una iniziativa straordinaria, epocale addirittura. Al che mi sono messo impettito sulla sedia per capire. Ho appreso che, a metà settembre, nella capitale, si riunisce nientepopodimeno che il G7 dell’avvocatura mondiale. Nell’editoriale di prima pagina del quotidiano si legge: “Evento storico in sé perché un G7 dell’Avvocatura non si era mai tenuto”. Come non concordare? Allora mi sono sentito legittimamente orgoglioso – in quanto membro della categoria – e ho deciso di approfondire. Nella mia mente turbinavano le decine di questioni giuridiche decisive su cui cotanto consesso potrebbe dibattere per far sentire “la voce del diritto”. Tipo – così, buttate lì a caso senza pretese di completezza – : il profilo di incostituzionalità dei trattati europei e l’indebita cessione di sovranità nazionale dell’Italia a Bruxelles e Francoforte con patente inosservanza dell’articolo 11 della Costituzione italiana; oppure: le dinamiche giuridiche che consentono ai colossi multinazionali di eludere l’imposizione fiscale nei paesi più industrializzati; ancora: i bachi nell’ordinamento giuridico che propiziarono il “golpe bianco”  (definizione del sommo giurista Giuseppe Guarino)  del nostro ingresso nell’euro o il golpe bianchissimo della nostra definitiva capitolazione alla monarchia oro-stellata avvenuto nel 2011 a colpi di spread; infine: la svendita della cittadinanza italiana sub specie di ius soli o la violazione contemporanea di cinque o sei articoli della costituzione fatta con il decreto Lorenzin sulle vaccinazioni obbligatorie. Ero ancora inebriato dall’orgoglioso senso di appartenenza alla mia corporazione quando mi sono accorto di essermi distratto. Non stavo leggendo ciò che il G7 dell’avvocatura farà, ma ciò che il buon senso, la ragionevolezza, lo spirito patrio, la coscienza civica mi urlavano nelle orecchie che avrebbe dovuto fare. Allora ho proseguito nella lettura e ho scoperto che l’oggetto dell’epocale meeting è il “linguaggio dell’odio” che costituisce, udite udite, “un virus mortale per la stessa democrazia”. Per un attimo ho vacillato, mi sono detto che era uno scherzo, magari quelli del Dubbio hanno deciso di editare anche una versione satirica modello “Cuore” (sulla falsariga dell’inserto de “L’Unità” degli anni novanta). Niente da fare. È tutto vero. Nell’epoca più bisognosa di sempre di avvocati (rettamente intesi come difensori dei diritti civili e baluardi della legalità democratica), gli avvocati – anziché occuparsi dell’erosione criminale in atto di ogni residuo simulacro democratico – si preoccupano del linguaggio dell’odio. Di un sentimento, capite? Che è poi – come ben sa chiunque abbia letto e meditato Orwell – la porta d’accesso al controllo sistematico del pensiero e della parola. Detto brutalmente, l’anticamera della censura. Ci arriveremo con il beneplacito degli avvocati, a quanto pare. Poi a cose fatte, organizzeranno magari un bel G7 sul “linguaggio dell’obbedienza”. Mi sa che non m’invitano.

BACILLI E IMBECILLI

manipolazLa stupefacente vicenda dei vaccini obbligatori rende altrettanto “obbligatorio” continuare ad occuparsene. Non se ne può fare a meno, anche perché non c’è niente di meglio per capire come, in che modo e con quali intenzioni il Potere, e i suoi scagnozzi, ci manipolano. Il campo di battaglia dello scontro vax-no vax è una specie di piccolo laboratorio della menzogna, di palestra bonsai della sofistica. Al suo interno ci potete trovare davvero quasi tutta la gamma delle tecniche di falsificazione della verità e di distorsione del linguaggio. Vedi uno dei tweet di Renzi  («Con i vaccini non si scherza. Prendiamo sul serio la scienza e mettiamo al centro la salute dei nostri figli, non la propaganda») a commento della notizia secondo cui, nel primo trimestre del 2017, vi sarebbe stato un aumento del 230% di casi di morbillo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’affermazione è vera e fuorviante al tempo stesso, in perfetta sintonia con un’epoca subdola e infingarda come quella attuale. È vero che fino a marzo 2017 i casi di morbillo sono stati 700 contro i 230 dell’anno prima (+ 230%). Ma trattasi di un dato insignificante se si allarga lo spettro della propria osservazione. Infatti, gli episodi furono 4.671 nel 2010,  2.269 nel 2012, 1.695 nel 2014. Quindi, numeri assai superiori a quelli attuali e, soprattutto, un trend in sostanziale diminuzione. Senza voler considerare i 18.020 casi del 2002. Parliamo di annate in cui il relativo vaccino non era obbligatorio e nessuno si stracciava le vesti per introdurlo. La strategia, dunque, è presto svelata ed è persino offensiva nella sua trogloditica malizia: estrapoli il segmento di un insieme e poi riduci i paragoni e le statistiche agli elementi che vi sono ricompresi escludendo dolosamente tutti gli altri. Roba da mercante in fiera, da fattucchiera dello strapaese. Eppure funziona. Altro esempio: In un editoriale su La Stampa,  ci hanno informato che la Francia ci copierà e, dal primo gennaio, imporrà ai suoi bambini 11 vaccini (contro i nostri 10). Qui la magia da Casanova della domenica consiste in questo: parlare di un futuro tutto da scrivere di un solo paese e ignorare il certissimo presente di tutti gli altri: ad oggi, nel resto della civilissima Europa, su 29 stati, ben 15 non hanno alcuna obbligatorietà e – tra i primatisti della vaccinazione coatta – fino a ieri spiccava proprio l’Italia, insieme alla Grecia e questo già prima della fascistissima riforma.  Quasi quasi facciamo nostro lo slogan di Renzi (solo con una piccolissima modifica): «Con la verità si scherza. Prendiamo sul serio i bilanci delle case farmaceutiche e mettiamo al centro il bene del loro business, non quello dei nostri bambini».

ISTERIA DI MASS (MEDIA)

isteriaAvete spesso l’impressione di vivere in una gabbia di matti dove qualcuno ha persino spento la luce? Forse un piccolo rimedio c’è. Per esempio, se vogliamo davvero capire la faccenda dell’improvvisa esplosione di una isteria di mass (media) sul tema dei vaccini dobbiamo farci aiutare da un filosofo del Novecento che di isteria si intendeva assai, se non altro per il fatto di averci lasciato una pietra miliare come “La storia della follia nell’età classica”: Michel Foucault. Il celebre pensatore francese aveva un metodo di indagine storica che lui stesso definì come “archeologia del sapere”. Consiste in un approccio alla storia di tipo non convenzionale dove, per comprendere le ragioni e l’origine di certi fenomeni, non si guarda allo sviluppo lineare e consequenziale dei fatti che li hanno preceduti, quanto piuttosto a singoli accadimenti “fatidici”: punti di rottura, attimi di svolta, istanti talora appena percettibili dove si crea una discontinuità nel fluire del tempo. Ebbene, la sequenza esplicativa impiegata  da giornali e tv (malattie>emergenza>tutela-della-salute-pubblica>vaccini-obbligatori) non ci spiega una mazza proprio perché convenzionale. Facendo un po’ di “archeologia”, invece, potremmo imbatterci in una data fondamentale: il 29 settembre del 2014 quando,  a Washington, nell’ambito del ‘Global Health Security Agenda’ (una specie di supercazzola iper-global), l’Italia è stata designata quale capofila per i prossimi cinque anni delle strategie vaccinali nel mondo. Là dove monta la creme de la creme dell’elite mondialista hanno estratto un numerino dal sacchetto ed è uscito il nostro nome: faremo da cavie, saremo gli apripista di una campagna di “sensibilizzazione” su scala planetaria. Già questo spiega molto meglio la fissazione mono-maniacale con cui il nostro governo ha deciso di affrontare di petto un’emergenza inesistente. Non è che vuole farlo: “deve” farlo. Quindi l’approccio “archeologico” ci permette di retrodatare a tre anni fa le vere motivazioni di un decreto legge spacciato come la risposta a un’eccezionale contesto di “necessità e urgenza”. Ma continuiamo a scavare, con l’aiuto di Foucault. Cosa c’è dietro e sotto la ‘Global Health Security Agenda’ del 29.09.14? Ci viene in aiuto un documento ufficiale scaricabile dal sito dell’O.M.S. dall’avveniristico titolo ‘Global Vaccine Market Features and Trends’ dove si legge che, dal 2000 al 2013, il valore del mercato dei vaccini è quadruplicato passando da 5 a circa 24 milioni di dollari e che Big Pharma ha l’obbiettivo di raggiungere i 100 miliardi di dollari entro il 2025.   Il metodo archeologico, come vedete, ripaga: alla fine ti trovi sempre dentro una gabbia di matti, ma almeno sei riuscito ad accendere una luce.

VAX DEI

vax-deiUno dei più pericolosi fenomeni dei giorni nostri è quello rappresentato dalla divinizzazione del cosiddetto “Sapere Scientifico”. Il processo in atto è simile all’altro, oramai già bello che compiuto, dell’assunzione in Cielo delle piazze finanziarie e dei mega investitori che vi fanno il bello e il cattivo tempo. Lo scientismo – cioè l’idea che esista un metodo (quello “scientifico”, appunto) applicabile a qualsiasi tipo di “discorso”, a ogni ambito della vita, a qualsiasi dimensione del sapere – si è incistato ovunque e decide chi può parlare e chi deve tacere nell’epoca in teoria più interconnessa e sovraccarica di informazioni della storia. Secondo i feticisti dello scientismo, in qualunque settore, l’ultima, anzi l’unica, parola deve spettare agli scienziati. Che si chiacchieri di vaccini piuttosto che di politiche sociali anziché di finanza pubblica, c’è sempre l’idiota ammaestrato pronto a tapparti la bocca se non sei abbastanza “Scienziato”, cioè (tradotto dall’idioma demente di questi autentici clown dell’intelletto) uno specialista della materia trattata abbastanza “addomesticato” da sbobinare la versione più comoda per i media generalisti e per chi li tiene al guinzaglio. Così, è tutto un proliferare di gente che pontifica sulle “Evidenze Scientifiche”, sui “Risultati Scientifici”, sulle acquisizioni della “Comunità Scientifica” internazionale. La faccenda ha due risvolti: uno strepitosamente comico, l’altro dannatamente insidioso. Partiamo dal primo: quasi sempre, i politici e gli intelligentoni che straparlano di “Scienza” promuovendo il mito della “Scientificità” non sanno minimamente in cosa il metodo scientifico consista. A malapena ricordano Galileo Galilei e di sicuro erano assenti quando – alla scuola superiore, nell’ora di filosofia (mentre loro sgranocchiavano i Giambonetti in corridoio) – la prof gli spiegava l’epistemologia, la problematicità del sapere scientifico e magari gli raccontava di Popper, di Kuhn, di Lakatos e di Feyerabend. Da  qui nasce il personaggio del “decerebrato irrimediabile”, sovente cooptato nei ruoli apicali delle redazioni che contano, e da qui scaturiscono anche i tormentoni da osteria della bassa tipo: sei favorevole o contrario ai vaccini? Ma fosse solo questo, potremmo anche accettarlo (dopotutto siamo il Paese di un Ministro dell’Istruzione col diploma di servizio sociale e di un Ministro della Salute senza laurea). Il vero problema è che questa gente qua ha anche intenzione di passare alle maniere forti alleandosi coi colossi del web come preannunciato dalla Lorenzin: “E ora con Google ripuliremo la rete dalle fake news”. Una volta c’erano i roghi dei dissidenti, ma chi li promuoveva, se non altro, era di intelligenza superiore alla media. I Nuovi Inquisitori se hanno la licenza media è già un miracolo.

 

C’ERA UNA SVOLTA

fiabaDa quando l’Italia ha scoperto di avere un vero ministro (Marco Minniti), a quelli del PD gli è partito l’embolo. È stata un’autentica svolta: il classico imprevisto non contemplato dal manuale delle giovani marmotte della globalizzazione che tutti i governi italiani degli ultimi venticinque anni (mica solo quelli a guida democratica) consultano prima di prendere una decisione. Il Ministro dell’Interno li ha presi alla sprovvista perché non si è adeguato alla “narrazione” sugli immigrati e ne ha frenato davvero gli sbarchi. I democrats, si sa, vanno matti per le “narrazioni”. Amano le favole più degli appassionati dei TG Rai. Così hanno stabilito che – non potendo sfiduciare Minniti che è uno dei loro – cercheranno di migliorare il Grande Racconto dei Rifugiati in Fuga dalle Guerre. Proviamo dunque a confrontare la trama del loro romanzo con la realtà. E ci serviamo, allo scopo, dell’interessante intervista a Libero di una docente che, di Africa e migranti, ne sa più di tutti i nostri parlamentari messi assieme. Trattasi di Anna Bono, per oltre un decennio ricercatrice in Kenya, già docente di Storia e Istituzioni dell’Africa all’Università degli Studi di Torino, e recente autrice del saggio ‘Migranti!? Migranti!? Migranti!?’. Paragoniamo la narrazione governativa con le sue risposte (per comodità chiameremo FIABA la prima e DATI DI FATTO le seconde). FIABA: i migranti sono  poveri disgraziati senza risorse. DATI DI FATTO: ad arrivare  sulle sponde italiane sono, di regola, soggetti  appartenenti al ceto medio dei paesi di provenienza (per il 90% maschi di giovane età)  i quali pagano migliaia di euro ai trafficanti di turno attratti dal mito dell’Eldorado europeo. FIABA: i migranti sono, in genere, richiedenti asilo scampati da guerre, carestie, pestilenze, abusi, torture. DATI DI FATTO: Su 123.000 domande di status di “rifugiato”, nel 2016 ne sono state accolte solo 4.940. FIABA: Bisogna fare di più per l’Africa, aiutarli a casa loro. DATI DI FATTO: gli aiuti occidentali alla cooperazione internazionale, nel 2015, hanno toccato la cifra monstre di 135 miliardi di dollari. FIABA: dove volete che vadano i disperati in fuga dalle guerre, se non nell’Europa della speranza? DATI DI FATTO: la maggior parte dei VERI profughi non vuole allontanarsi troppo da casa, dove conta di tornare. Chi fugge dalla guerra in Somalia, per esempio, si sposta in Kenya o in Etiopia, al massimo chiede una protezione temporanea. FIABA: i governi africani costringono i loro cittadini all’esodo. DATI DI FATTO: diversi regimi di laggiù  attaccano persino i manifesti per strada pur di dissuadere i connazionali dall’intraprendere l’esodo. Ora facciamo noi un’ultima domanda: non sarà proprio un problema di “narrazione”? Non sarà che ai nostri leader è scappata la frizione della creatività e hanno fatto passare un messaggio sbagliato sull’Italia e sull’Europa “raccontati” come il Paese dei Balocchi? Per Anna Bono, assolutamente sì: c’è un’immagine distorta di Eurolandia veicolata dai mass media (e  fomentata da una surreale “politica dell’accoglienza”). Allora ci viene un’idea per una nuova svolta. Perché – invece che investire nella narrazione di balle qui da noi – i reggenti italici e i loro reggicoda mediatici non si impegnano in una narrazione di verità lì da loro? Vi rispondiamo con un’altra storia: c’era una volta una nazione sovrana…