GIOVENTU’ BRUCIATA

gioventuDiscorso sullo stato della nostra gioventù. Da un articolo di giornale apprendiamo della tragica sequela di suicidi (tre per la precisione) verificatisi nel breve volgere di un mese e aventi come vittime ragazzini di tredici o quattordici anni. In simili circostanze, è naturale chiedersi il perché e soprattutto cercare spiegazioni che travalichino la contingenza del singolo dato di cronaca. Così da illuminare un intero fenomeno dai connotati atroci e, secondo taluni, in preoccupante aumento. Ecco allora che i cronisti si rivolgono agli psicologi e da uno di essi ricevono risposte meritevoli di chiosa. Nella fattispecie, il dottore interpellato  ha fornito alcune chiavi di lettura. La prima è quella secondo cui “queste morti le abbiamo tutti noi sulla coscienza”, la seconda è quella per cui noi adulti i ragazzi “li teniamo troppo stretti” mentre dovremmo “lasciarli andare controllandoli, soffiando sulle loro vele non solo sulle nostre”. Quanto al tema del senso di colpa collettivo che dovrebbe coinvolgerci tutti, è un modo deprecabile, ma purtroppo diffuso, di parcellizzare la responsabilità a livello sociale per sgravarla sul piano individuale. Non è vero che tutti dobbiamo sentirci chiamati in causa. Deve, semmai, fare mea culpa  chi – investito del ruolo di genitore, maestro o mentore – sa di aver peccato di omessa educazione. Questa ricorsiva ‘socializzazione del torto’ è controproducente e porta all’autoassolutorio ‘tutti responsabili, nessuno responsabile’. È qualunquismo a buon mercato. E ci impedisce di guardare in faccia le ‘nuove leve’ con cui concretamente e quotidianamente abbiamo a che fare (siano esse figli, alunni o apprendisti). La domanda giusta non è se la società, nel suo insieme, trascura la formazione etica, civica e spirituale del giovane, ma se noi stiamo trascurando la formazione etica, civica e spirituale dei ‘nostri’ giovani. I problemi sollevati da questo dilemma (“sto facendo abbastanza?”) sono poi strettamente connessi all’altra questione affrontata dall’esperto nell’intervista di cui sopra. Cosa vuol dire “dare sogni e speranze” o “soffiare nelle vele” dei giovani? Niente. È un’enunciazione di principio da bacio Perugina. È lo stesso consiglio stolto e inconsistente propinato ai nostri teen agers nei format alla moda, nei talk pomeridiani, nei talent show competitivi del rimbambimento quotidiano: andate dove vi porta il cuore, siate voi stessi, date spazio alle emozioni. È tutta un’epidemia di slogan diretti sempre alla ‘pancia’  dei ragazzi  e istigatrice di una deriva sentimentale, di una filosofia della lacrima. Ciò li allontana dall’unica strada in grado di ‘salvarli’ dalla penuria di senso di un’era insensata: la via stretta della elevazione personale, della coltivazione virtuosa dell’intelletto, della ragione e di quella tempra morale in grado di trasmutare l’incostanza puerile in una virile padronanza del sé. I ‘nostri’ giovani non hanno bisogno (solo) di ascolto e di coccole, ma (soprattutto) di ‘comandamenti’ credibili, di auto-disciplina interiore, di quell’etica per un figlio di cui ha scritto Savater. Se poi non li trovano, il problema è nostro, non loro.

LINEA D’AMBRA

ambraSe avete la sensazione che nulla possa realmente cambiare, o siete degli inguaribili pessimisti oppure dei lettori affezionati del Corriere della Sera. In entrambi i casi, avete ragione e, soprattutto, in entrambi i casi non dipende da voi. Piuttosto, da una congiuntura di fattori che potremmo così riassumere. Da un lato, c’è lo zeitgeist (lo spirito del tempo) di cui siamo tutti imbevuti e da cui è arduo disintossicarsi. Lo spirito del tempo ci dice che la storia è finita e che non c’è più l’avvenire di una volta, quello tradizionalmente inteso come incubatore dei cambiamenti radicali in cui confidiamo ad onta dell’ora presente. Viviamo in un ‘oggi’ eternizzato. Le coordinate civili, politiche e sociali del mondo –  ci viene detto – non sono più revocabili in dubbio, al massimo correggibili di quel poco da lasciare inalterato un insieme fatto di ossessione per la performance, per il ritmo e per la fretta; in ultima analisi, per il ‘cambiamento’ farlocco di un mondo che cambia sempre e solo per farsi più perfetto nella sua sostanziale inumanità. L’altro fattore è costituito dalla Grande Stampa, dove ‘grande’ è un aggettivo che non ‘qualifica’ affatto la ‘qualità’ della sua informazione, ma solo il grado della sua diffusione. E così arriviamo al Corriere della Sera che, in data 15 febbraio 2018, pubblica in prima pagina un editoriale del più liberista degli opinionisti liberali, Francesco Giavazzi. Quando discettano i pezzi grossi di una testata è un po’ come se ‘parlasse’ la testata stessa. Quindi, chiedetevi: cosa dobbiamo pensare di un articolo dove si magnifica il fiscal compact quale favoloso strumento per la riduzione del debito pubblico e quindi degli interessi pagati dallo Stato a terzi creditori con conseguente risparmio di risorse da destinare (testuale) a “ridurre la pressione fiscale o per investire in scuole o ospedali”? Questa è la linea del più prestigioso organo di stampa italiano. E ciò – badate bene –  dopo anni in cui la coscienza civile è maturata al punto che persino i bambini sono in grado di porsi socratiche domande come le seguenti: perché uno stato dovrebbe indebitarsi (se non con se stesso) per procacciarsi la pecunia di cui abbisogna? Perché ci sono Stati con debiti pubblici enormi eppure sottratti all’incubo spread? Perché ricorrere al fiscal compact per garantirci un welfare (scuole e ospedali inclusi) che ha funzionato senza fiscal e senza compact fino all’ingresso nell’euro? Vedete, qui il problema non sono le domande. Sono le risposte. Che sono note oramai, in primis ai padroni, ai direttori, agli editorialisti di tutti i nostri corrieroni nazionali. E siccome quelle domande chiamano inevitabilmente risposte dissonanti (anzi dissacranti) rispetto allo spirito del tempo, esse semplicemente non vanno poste. La Grande Stampa, e le sue grandi firme, sono le garanti di quell’immutabile presente cui siamo approdati e in cui esse ci conservano; come insetti nell’ambra.

JUVERGOGNA

juveParliamo di una cosa voluttuaria, una volta tanto, e tremendamente irrilevante per chi il calcio non lo sopporta quanto tremendamente importante per chi il calcio si ostina ad amarlo a dispetto delle circostanze, dei tempi e di tutti quei milioni che la fanno da padroni. Parliamo della desolante esibizione fornita dallo Juventus Football Club negli ottavi di finale giocati a Torino contro il Tottenham. È raro capiti a un tifoso juventino di provare vergogna per la propria squadra, se si eccettua la vergogna che tutti gli altri tifosi italiani vorrebbero egli provasse per quell’autentica mitologia dell’inganno del secolo ventunesimo che va sotto il nome di Calciopoli (rectius Farsopoli) e dalla quale la Juve è riemersa più forte di prima. Vergogna perché, allora? Perché nel fortino amico di uno stadio scintillante e ambizioso come l’Allianz tu non puoi subire il gioco avversario per ottanta-minuti-ottanta concedendo un possesso palla del settanta per cento all’altra squadra (squadra, non squadrone!). E invece è successo. Una Juve inguardabile, e messa alla gogna, si è fatta recuperare la fulminea doppietta del Pipita in capo a un match di cui i bianconeri non sono mai venuti a capo. Per la precisione, essi sono stati asfissiati, stritolati, annichiliti. Forse è la prima volta, nella storia della Champions, che un club di questa levatura si concede alle folate ossessive degli ospiti in modo così remissivo, inerme, ingiustificabile. Da vergognarsi, appunto. Di chi è la colpa? Mai come in questo caso, la colpa è di un incolpevole e cioè di Mister Massimiliano Allegri. E scriviamo ‘incolpevole’ perché parliamo di un tecnico top, di un fine stratega, di un maestro della tattica e della gestione degli uomini e degli schemi. E però. E però, come tutti i grandi, il coach bianconero ha un difetto, ma è un difetto a sua volta così grande da non essere controbilanciato da tutti gli allori pure conquistati. Per dirla in due parole, Allegri è un pragmatico, anzi è la quintessenza liofilizzata del calcio pragmatico, se mai ne è esistita una con fattezze umane. Quando l’allenatore delle zebre si scandalizza perché la critica ha osato censurare l’atteggiamento della sua squadra lo fa in nome di una Realpolitik (dopotutto, il passaggio ai quarti non è compromesso) inutile in una competizione d’elite. Da chi approda agli ottavi della mitica coppa dalle grandi orecchie non ci si aspetta solo la vittoria, ma soprattutto lo spettacolo e la mostra di un’aggressività un po’ narcisa e un po’ garibaldina (quella di cui i londinesi hanno dato esempio gagliardo); in una parola: bella.  Ma Allegri non può. Non è che non vuole. Non può. Crocianamente (e calcisticamente, va da sé) parlando, è un discepolo dello spirito nella sua forma pratica e conosce solo le categorie dell’utile e dell’inutile. Ne ignora del tutto la forma teoretica ed estetica e quindi la conoscenza della differenza  tra il bello e il brutto. Così, egli non ‘vede’ letteralmente l’enorme danno di immagine che un approccio tanto supino e arrendevole (pur machiavellicamente finalizzato al risultato) arreca alla leggenda della Juve. Al confronto di artisti della panchina come Guardiola o Sarri, l’uomo è quale Salieri al cospetto di Mozart. Magari ci regala altri sette scudetti, ma quanto brucia ai supporter bianconeri non avere (forse non aver mai avuto) un Mozart sulla propria panchina.

REDDITO DI SUDDITANZA

redditoC’è una parola, introdotta nel dibattito pubblico dai 5 Stelle, ma oramai sdoganata presso quasi tutte le forze politiche che va sotto il nome di “reddito” variamente declinato: reddito di dignità, reddito di cittadinanza, reddito di inclusione. In sé, l’idea sottesa non è necessariamente sbagliata ma, anche se lo fosse, è stata ripetuta allo sfinimento così tante volte da essere entrata nell’immaginario collettivo come una trovata necessariamente giusta. Al punto che persino gli arcinemici di Grillo (Renzi e Berlusconi) l’hanno fatta propria limitandosi a pitturarne il blasone con i colori delle proprie rispettive bandiere. Quello che i signori di cui sopra ignorano – tutti e tre, nessuno escluso – è che il reddito minimo garantito (comunque lo si chiami e nonostante possa apparire un provvedimento “popolare”, diciamo pure “di sinistra”) è l’esatto opposto. È un provvedimento di “destra”, intesa come area del pensiero ultraliberista oggi dominante. È noto che l’intero secolo ventesimo è stato il campo di battaglia di un gigantesco derby tra due dottrine economiche: il keynesismo e l’anti-keynesismo. Nel secondo dopoguerra, e quantomeno fino a metà degli anni settanta, non ci fu partita: aveva stravinto la strategia del grande John Maynard Keynes basata sulla costruzione di uno stato sociale determinato a fare spesa espansiva, anche a prezzo di deficit pubblico, per garantire quelle preziosissime (e ormai estinte) ottime cose di ottimo gusto chiamate, nell’ordine: sanità pubblica universale e gratuita, sistema pensionistico retributivo e accessibile a un’età decorosa, servizi collettivi adeguati, gestione pubblica della politica industriale, tutele e guarentigie per i cittadini in situazioni disagiate. La squadra avversaria, poi passata alla storia col nome di Scuola di Chicago e rappresentata dal capitano Milton Friedman, lautamente finanziata dall’establishment e dai suoi media,  aveva perso quattro a zero il primo tempo. Ma si è abbondantemente rifatta nel secondo (diciamo dalla metà dei settanta ad oggi) finendo non solo per dominare l’incontro, ma addirittura per annichilire i contraddittori convertendo al proprio cinismo antisociale prima Gran Bretagna e Usa e poi, tra la fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale, l’Europa occidentale e il mondo intero. Le ricette di Friedman & company sono note: controllo ossessivo della spesa pubblica “improduttiva” (cioè sociale), ferrea disciplina nell’emissione monetaria e nel freno dell’inflazione, pareggio di bilancio, decostruzione del welfare state, deregulation spinta, privatizzazioni a manetta, culto della “ripresa”. E il reddito di cittadinanza che c’azzecca in tutto ciò? C’azzecca eccome perché (nella logica dell’ultraliberismo di cui i nostri politici sono inconsapevoli pedine) esso è la vaselina con cui lubrificare la supposta: tolto ai poveri tutto il resto (ciò che essi avevano gratis quando  del reddito di cittadinanza nessuno sentiva il bisogno), gli lasciano il reddito di cittadinanza, cioè la mancetta del week end. Così anche Cenerentola può fare acquisti e rilanciare la crescita. Si scrive reddito di cittadinanza. Si legge reddito di sudditanza.

CRETINI NON TRASFERIBILI

assegnoC’è una questione abbastanza limitrofa e apparentemente insignificante rispetto all’immenso casino che c’è. Eppure, essa merita tutta la nostra attenzione per il suo “potenziale esplicativo”. Il “potenziale esplicativo” è la capacità di un fatto, di un oggetto, di una persona di farci capire, in un lampo, mille cose senza passare dal via: dallo studio, dall’apprendimento, dalla fatica della riflessione e della comprensione. Pensate a quando Neo, il protagonista di Matrix, diventa un super esperto cultore di arti marziali grazie a uno spinotto innestatogli nel cranio per pochi minuti. Ecco, quello spinotto ha un enorme “potenziale esplicativo”. Uno “spinotto” simile – ma non è un film, è tutto vero – è il seguente. Nel silenzio più assoluto, all’inizio dell’estate 2017, i parlamentari italiani (grossomodo gli stessi che andrete a rieleggere tra poco) approvano una norma dagli effetti devastanti. Essa, per un gioco perverso di rimandi e di richiami e in nome della  mitica lotta  alla criminalità e al riciclaggio di denaro sporco, prevede che chiunque riceve in pagamento un assegno nominativo e tracciabile (nominativo e tracciabile!) superiore ai mille euro (mille euro!) senza la clausola “non trasferibile” (e malauguratamente lo incassa) è soggetto a una sanzione da 3.000 a 50.000 euro che diventano 6.000 “soltanto” se il “delinquente” cala le brache e rinuncia a fare ricorso. In Italia pullulano oramai i casi di comuni cittadini che (in totale buona fede) emettono o incassano assegni staccati da vecchie matrici dove la fatidica clausola non c’è. Costoro vanno in banca, il cassiere nulla gli dice (perché mica è compito suo, lui sta lì a servire il padrone, non il cliente)  e, dopo qualche settimana, l’Agenzia delle Entrate (braccio armato del potere) gli schiaffa sul muso  la multa da seimila cucuzze. Perché abbiamo detto che è una vicenda dall’enorme “potenziale esplicativo”? Perché c’è tutto. Essa è un condensato insuperabile di ogni singola perversione dell’Evo Competitivo. C’è la stupidità della norma (che punisce un comportamento irreprensibile: quello di chi incassa un assegno intestato e perfettamente tracciabile), l’ottusità della burocrazia  (che sanziona non la sostanza di un reato grave, ma l’irrisorio vizio di forma di un gesto quotidiano), la protervia del forte sul debole (che colpisce con lo schiacciasassi della macchina fiscale una dimenticanza neppure veniale, ma addirittura irrilevante), l’incostituzionalità del Sistema (che concepisce una sanzione minima del 600 per cento a danno di un gesto innocuo), la dolosa cattiveria di uno Stato ignobile (che umilia il suddito, con luciferina malafede, per un futuro “peccato” contraddistinto da cristallina buona fede), lo zelo cretino degli aguzzini incaricati di sorvegliare e punire. Quanto all’ultimo aspetto, provate a far valere le vostre buonissime, ineccepibili ragioni in banca o con l’erario; vi risponderanno che avete sbagliato e dovete pagare; magari, possono dilazionarvi la pena in comode rate mensili. È questa la parte più agghiacciante dell’intera faccenda: siamo circondati da un esercito di secondini che non eseguono ordini criminali solo perché non gli sono ancora stati impartiti. E ce li dobbiamo tenere: non sono trasferibili.

RINCOGLIONITI SI NASCE

rincoRicerca: “Genealogia di un rincoglionimento”. Definizione di rincoglionimento: “Rendere qualcuno imbecille, incapace di nuocere”. Fenomenologia di un rincoglionimento: nel maggio 2014 Beppe Grillo dichiara: “Il fiscal compact è una follia. Noi non abbiamo firmato un cazzo, andiamo in Europa e il Fiscal Compact glielo strappiamo in faccia davanti alla Merkel”. Gli italiani si svegliano e s’indignano. Finalmente un politico che dice pane al pane e vino al vino.  Nel dicembre 2014, Beppe Grillo specifica: “Riprendiamoci la sovranità monetaria e usciamo dall’incubo del fallimento per default. Per non finire come la Grecia. Fuori dall’euro o default”. Gli italiani esultano: c’è vita intelligente nell’Europa deficiente. Nel febbraio 2015, Grillo chiarisce: “Il premier sta eliminando tutte le tutele di legge che ci proteggono dalla colonizzazione dei poteri forti, cedendo completamente la sovranità nazionale agli euroburocrati senza legittimazione”. Gli italiani non stanno più nella pelle: ecco un hombre vertical che mette i dittatori a novanta gradi.  Nel maggio 2015, Beppe Grillo sentenzia: “Di euro si muore. Il primo Paese che uscirà dalla trappola dell’euro dimostrerà che è solo una zavorra che costringe a sacrificare pensioni, diritti dei lavoratori ed economie nazionali al pagamento di interessi ai Paesi creditori del Nord Europa, Germania in primis. L’unico loro obiettivo. Fuori dall’euro quindi per ritornare a vivere”. Gli italiani non credono alle loro orecchie: allora è tutto vero, un leader ci indica la via per scappare dall’eurocrazia. Nel luglio 2015, Beppe Grillo ci va giù duro:  “Guy Verhofstadt (il leader dell’Alde) è il politico che più dentro al Parlamento europeo incarna l’eurostatocentrismo”. L’euforia degli italiani è alle stesse (cinque): mai nessuno aveva osato tanto contro la burokratura comunitaria. Gennaio 2017: Grillo chiede e ottiene dagli iscritti, con votazioni on line, il consenso all’ingresso nel gruppo dell’Alde di Guy Verhofstadt. Gli italiani cominciano ad avvertire un lieve giramento di capo. Nel settembre 2017, a Cernobbio, il candidato premier grillino Di Maio dichiara: “Il referendum sull’euro va usato come peso contrattuale e come via d’uscita nel caso in cui i paesi mediterranei non dovessero essere ascoltati in sede europea, ma noi non siamo contro la Ue“. Gli italiani faticano a raccapezzarsi e a mantenere l’equilibrio. Nel gennaio 2018, da Bruno Vespa, Di Maio enuncia: “Io non credo sia più il momento per l’Italia di uscire dall’euro perché l’asse franco-tedesco non è più così forte”. Gli italiani sono definitivamente sedati: incapaci di nuocere. A quel punto, passa Di Battista e – alla domanda se i 5 Stelle riusciranno a governare –  risponde: “Io non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti”. E a un trenta per cento circa di italiani viene un dubbio amletico: “Se rincoglioniti si diventa, coglioni si nasce?”.

IL GIOCO DELLA VERITA’

veritaNella marcia a tappe forzate verso il Medio Evo prossimo venturo, di cui l’Evo Competitivo attuale è solo l’antipasto, la Polonia si regala una bella legge liberticida e state certi che ben presto altri Stati seguiranno il fulgido esempio. In cosa consiste la trovata? Nel mandare in galera (tre anni di pena) chi si permette di affermare che sono esistiti dei lager nazisti polacchi e che cittadini polacchi hanno avuto un ruolo di complicità nell’olocausto. Ma la cosa più surreale di tutta la faccenda sono le reazioni indignate della comunità internazionale e di Israele. L’una e l’altro hanno vibratamente protestato perché quella è una legge negazionista che limita la libertà di parola. Una volta si diceva: il bue che dice cornuto all’asino. Infatti, subito dopo è stata presentata alla Knesset, il Parlamento israeliano, una legge che introduce la pena fino a cinque anni di carcere (nello Stato ebraico) per chi nega il reato di complicità di chiunque aiutò i nazisti nel loro folle disegno di sterminio degli ebrei. Praticamente, è partita la gara ufficiale a chi abbatte più libertà civili e politiche in un colpo solo. Alla competizione si iscriverà presto anche l’ONU, pensiamo, per non parlare dell’Unione Europea che ambisce di sicuro alla medaglia d’oro. Tanto per far capire l’aria che tira, basta riportare il brano di una notizia tratta da Repubblica.it dove si legge che gli ambienti internazionali sarebbero sì indignati  dalla legge polacca, ma solo per metà; non certo “perché condanna l’uso erroneo della definizione dei campi della morte come Lager polacchi”. Questa parte del nuovo reato va benissimo, ci mancherebbe. Possibile che, in questo delirante fanatismo di ritorno, non si levi una-voce-una di elementare buon senso a dire: il problema non è quale reato di opinione punire, ma che non va punito nessun reato d’opinione? È accettabile che proprio nell’Europa che diede i natali a Voltaire, a  Hume, a Kant, a Beccaria  e ad altri campioni della tolleranza universale, fermentino i semi di questo livore liberticida? Siamo arrivati al punto in cui non ci si scandalizza nemmeno per il fatto che uno Stato mandi al gabbio un cittadino per aver disquisito su qualcosa; ci si limita a discutere e ad accapigliarsi sul contenuto delle frasi da proibire e sulla misura delle pene da infliggere ai reprobi. Non interessa più la ricerca della verità, quale che sia, ma la preservazione del Dogma. La verità, ormai, non la cerca più lo scienziato, non la dimostra più lo storico. La impone la legge.

SCHERZA CON I SANTI

gesuLa Corte Europea dei diritti umani –  uno dei tanti enti comunitari inutili che continuiamo lautamente  a mantenere alla faccia del nostro debito pubblico mostruoso – ha emesso una singolare sentenza in materia di rispetto della religione e della libertà di parola. Tutto nasce nel 2012 quando una società lituana, la Sekmadienis Ltd, s’inventa di utilizzare immagini della Madonna e del Cristo aureolati, in abiti folk o seminudi, per pubblicizzare i suoi capi d’abbigliamento.  La ditta viene multata per violazione della morale pubblica e si incaponisce in una serie di ricorsi che approdano, alla fine, sui banchi della Onorevolissima Corte di Strasburgo. La quale ha dato ragione agli ideatori dei cartelloni blasfemi con una logica tipica delle toghe quando vogliono darti torto e non sanno che pesci pigliare, ma poi un pesce lo pigliano comunque. Secondo i giudici, le critiche della Lituania alle immagini incriminate “sono vaghe e non spiegano con sufficiente esattezza perché il riferimento nelle pubblicità a simboli religiosi era offensivo”. Sarebbe come se un Tribunale – a cui vi foste rivolti col naso rotto e sanguinante per ottenere giustizia contro un aggressore – vi rispondesse che la vostra lamentela “è vaga e non spiega con sufficiente esattezza perché un pugno sul muso dovrebbe considerarsi doloroso”. Il verdetto potrebbe apparire molto strano alla luce di una elementare constatazione; in Europa tutte le istituzioni che contano sono sensibilissime al tema del rispetto dei valori religiosi: quelli degli altri. Tanto per esser chiari, se qualcuno bisbiglia un commento men che rispettoso  sui musulmani si becca, per direttissima, il pubblico epiteto di islamofobo. Addirittura, dopo la strage di Charlie Hebdo, non pochi intellettuali del Continente e pezzi grossi della nomenklatura europeista avevano detto che – sì – l’attentato era orribile, ma bisognava comunque mettere un limite alla libertà di satira. Due pesi e due misure: massima severità con chi sfiora tradizioni estranee alle nostre e tolleranza largheggiante verso chi vilipende il cristianesimo. Perchè? Il motivo di fondo è forse compendiabile nel famoso motto: il nemico del tuo nemico è mio amico. L’Europa politica attuale nasce da un progetto (e ha un afflato) potentemente anti-cristiano. Nonostante le illusioni patetiche dei partiti cosiddetti moderati (modello scudocrociato) il Sogno a stelle d’oro su fondo blu si regge su un impianto ultralaicista, ma non solo e non tanto nel senso di anti-religioso, quanto piuttosto e soprattutto nel senso di anti-cristiano. Ebbene, l’Islam, anche nelle derive massimaliste ed estremiste (ma pure nelle espressioni moderate),  con la sua sorda e atavica vocazione militante, ha da sempre la croce nel mirino. Per ora, fa un gioco che piace ai parrucconi di Strasburgo e di Bruxelles. Per questo, toccare Maometto proprio no, ma scherzare con i Santi eccome se si può.

AL LORO SERVIZIO

di-maioMolti si sono scandalizzati per il curriculum di Luigi Di Maio, candidato in pectore alla presidenza del consiglio per conto dei 5 Stelle. L’uomo avrebbe la colpa di non essersi laureato e di aver fatto lo steward allo stadio San Paolo. Ci sono almeno quattro considerazioni da fare in proposito, tre in difesa di Di Maio e una, l’ultima, contro. In primo luogo, va detto che tale scandalo è roba da Novecento, molto classista avrebbe detto un marxista. Dove sta scritto che il diploma o la laurea ‘fanno’ le qualità di un uomo? Consentire l’accesso alle più alte cariche dello stato selezionando i candidati in base al titolo di studio significherebbe imporre una specie di oligarchia intellettuale dove solo i secchioni entrano nella stanza dei bottoni. In secondo luogo, va anche riconosciuto che la politica italiana, in linea di principio, non ha assolutamente nulla da eccepire nei confronti di chi ambisce a mansioni anche molto importanti senza poter vantare una laurea alla Bocconi o un master ad Harvard. Anzi, a dire il vero ha una tendenza opposta: esigere da tutti i giovani dello stivale una preparazione e un curriculum studi da scienziato Nasa, ma essere molto, molto tollerante con se stessa. Oggi c’è il numero chiuso persino ai colloqui di assunzione dei maestri d’asilo (con tutto il rispetto possibile per i maestri d’asilo): per ottenere qualsiasi posto pare ci voglia la laurea summa cun laude e il bacio accademico, tranne che per la poltrona più ambita dell’intero sistema educativo nazionale: quella di Ministro dell’Istruzione. E infatti, qui (proprio in questo posto qui) i nostri politici – tra cui molti democratici che oggi fanno gli schifiltosi con Di Maio per i suoi poco nobili trascorsi – ci hanno messo una maestra d’asilo (senza offesa per le maestre d’asilo). Una che non solo non ha la laurea, non ha neppure il diploma di maturità quinquennale. Per questo, lì (proprio in quel posto lì) sentono di averlo preso i giovani italiani, quando parla la ministra: non comprendono perché a decidere se, come e quanto (di solito tanto, tantissimo) essi devono studiare, sia una così ‘studiata’.  Per tutti i predetti motivi, il leader del PD dovrebbe girare col sacchetto in testa e invece si vanta che lui “ha una squadra fortissimi”. E mentre Di Maio è sulla graticola perché sbaglia i congiuntivi, la Ministra ci rassicura tutti magnificando i suoi percorsi di studio “sempre più migliori”. Ora, però, concludiamo. Su cosa Di Maio è attaccabile a proposito delle sue esperienze giovanili? Dopotutto, faceva un lavoro dignitoso nello stadio del Napoli, stando alle sue parole: “Portavo le persone al proprio posto, ho accompagnato anche molti politici, soprattutto locali, e anche il presidente De Laurentiis”. Per la Treccani, lo Steward è un “impiegato che ha compiti di assistenza ai passeggeri a bordo di navi di linea, di treni letto o di lusso e di pullman di gran turismo”. Qualche giorno fa, Di Maio – leader di un partito già populista, già anti-europeista, già meritoriamente incendiario verso i poteri forti e la finanza transnazionale e la dittatura degli eurocrati –  è volato a Londra a rassicurare quelli della City dicendo: “Non siamo populisti, non siamo ribellisti”. Forse doveva aggiungere: “Siamo al vostro servizio”. Il problema di Di Maio non è aver fatto lo steward in passato, ma volerlo continuare a fare anche in futuro.

SMANTELLO IL MANTELLO

chiesaVerso l’anno Mille, il monaco benedettino Rodolfo il Glabro scrisse, a proposito della diffusione a macchia d’olio dei templi cristiani: “Si sarebbe detto che il mondo stesso si scuotesse per lasciare gli abiti della vecchiaia, e si rivestisse di un bianco mantello di chiese!”. Da una recente inchiesta di Alessandro Rico apprendiamo di un fenomeno contrario in atto, silenzioso e inarrestabile, di cui la grande stampa non dà conto: la scristianizzazione edilizia. Non delle coscienze, quindi: quello è un processo noto, cominciato con il Concilio Vaticano secondo e ormai arrivato alla fase terminale della liquidazione coatta amministrativa della gloriosa religione cattolica. Parliamo, piuttosto, della scristianizzazione sul piano architettonico, dei mattoni e del cemento, e quindi delle cose, non delle persone. Pare che, entro il 2030, siano destinate ad essere distrutte, abbandonate o riconvertite ad usi profani dalle cinque alle diecimila chiese sul solo suolo francese. Ricordate la chiesa di Saint Etienne du Rouvray dove, nel 2016, il prete Jacques Hamel fu sgozzato da un ‘martire’ mussulmano? È stata abbattuta dalle ruspe, quest’anno, per far posto a un parcheggio. In Spagna, di recente, un’altra è stata adibita a pista per skateboard, mentre in quel di Treviso l’imprenditore Benetton ha acquistato gli spazi di San Teonisto per destinarli a spettacoli ed eventi culturali. Dirà il cinico: vabbè, ci siamo persi per strada i fedeli, inevitabile che ora tocchi ai loro luoghi di culto. Può essere, ma il ragionamento non convince. Intanto, perché la decimazione statistica dei cristiani (spensieratamente proseguita sotto il pontificato del vescovo di Roma, Bergoglio) non è ancora ultimata. In secondo luogo, perché non va sottovalutata l’influenza (anche simbolica, anche immateriale, anche energetica) di quattro mura consacrate. Le chiese –  come qualsiasi altro edificio sacro all’interno del quale si siano reiteratamente raccolte in preghiera moltitudini di menti e di cuori (di anime?) –  rappresentano un segno, un monito, un’evocazione in grado di ‘lavorare’ e di ‘attrarre’ anche dopo che si sono (o sono state) svuotate. Alla stessa stregua dei campanili e dei pinnacoli gotici: indici puntati verso la vertiginosa abissalità del cosmo e quindi del mistero di Dio. Le chiese desertificate dei nostri giorni sono le residue casematte, la linea Maginot per così dire, della cultura cristiana, dei suoi valori, del suo messaggio. Finché le chiese restano in piedi possono ancora pulsare di luce propria, proprio come lo scintillio intermittente di un faro. Fintantoché esse resistono, allora l’Evangelo del Cristo non è tramontato ancora o del tutto, nonostante gli (involontari?) conati delle gerarchie vaticane in tal senso. Ecco perché in Europa procede, nel disinteresse interessato dei detentori della cultura di massa, la demolizione controllata del patrimonio ‘materiale’ della Chiesa. Un Progetto dichiaratamente non cristiano – fors’anche occultamente anti-cristiano – come quello da cui promana l’attuale ideologia paneuropea non può permettersi di lasciare vantaggi al nemico. Così, dopo averlo di fatto liquidato, si occupa di spazzolarne anche le ultime briciole dal tavolo.