INFILTRAZIONI TERAPEUTICHE

prodiStando alle ultime rilevazioni sondaggistiche il Patito Democratico è in caduta libera nel gradimento degli elettori italiani. Non che la cosa ci turbi granché. Le buone notizie, in periodi di vacche magre, sono come le mitiche gocce d’acqua nel deserto: vanno assaporate e centellinate. Poi, mentre siamo ancora traumatizzati dall’uscita della nazionale dalla fase finale di Russia 2018, sapere che – contemporaneamente – il più nocivo movimento politico della storia italica sta uscendo dal novero dei possibili vincitori delle elezioni di Italia 2018, ci risolleva lo spirito. Tuttavia, siamo qui per tentare un’analisi, non per godere delle disgrazie altrui e quindi proviamo a ragionare. Stando a YouTrend, un sito specializzato, la formazione guidata da Renzi si colloca oggi al 24,9%, perdendo due punti e mezzo in un solo mese. E la picchiata potrebbe continuare. Ma perché? In effetti, un sospetto deve pur venire anche al più disincantato e smaliziato dei supporters Dem. Facciamo un esperimento per aiutare i nostri amici a capire. Vi domando a bruciapelo: ditemi – in un periodo che va da Maastricht (1992) ad oggi – il nome del politico maggiormente responsabile del disastro in cui ci troviamo e la legge più stupida mai concepita da mente umana (a parte quelle di ratifica dei trattati europei, s’intende). È un quesito così semplice, ma così semplice da sembrare una domanda retorica, o ‘suggestiva’ se preferite, vale a dire una di quelle domande che reca in sé la risposta, implicita, se non ovvia. Un po’ come quando chiedi a qualcuno: sei forse cretino? No, è ovvio, non sono cretino, non mi reputo tale. Oppure: chi è il fratello di tuo fratello se tuo fratello ha un solo fratello? Sono io, è chiaro e lo so proprio perché non sono cretino. Bene, le due domande di cui sopra, alla stessa stregua, hanno una risposta univoca: quanto al politico è, e non può non essere, Romano Prodi; quanto alla legge, è, e non può non essere, lo Ius soli. Il primo ci ha portato nell’euro con un cambio vergognoso e ben sapendo tutti gli effetti letali (per la nostra democrazia e sovrana libertà) che ciò comportava (poi, il Professore, lo hanno nominato persino presidente della Commissione Europea, guarda un po’ la coincidenza). La seconda è una legge non solo inutile, ma così evidentemente dannosa, controproducente, oseremmo dire ‘collaborazionista’ (rispetto a un certo progetto globalista di liquefazione della patria nostra) che la stragrande maggioranza degli italiani la ama quanto Insigne e de Rossi amano Ventura. Ma se le cose stanno così, perché Renzi e i suoi cari stanno flirtando con Prodi e si ostinano a volere, a tutti i costi, lo ius soli? Siamo giunti a un’amara conclusione. Quel partito è stato ‘infiltrato’. Ha assunto come elaboratore delle strategie elettorali un uomo di fiducia del Cavaliere o un collaboratore di Grillo. Perché puntare su Prodi e sull’approvazione a rotta di collo dello ius soli non può spiegarsi altrimenti che così. Il PD è posseduto, da dentro, da un’eminenza grigia che lavora a suo danno. E allora lasciamola lavorare.

IL FISCHIETTO DOVE LO METTO?

fischiaÈ stata approvata le legge sul whistleblowing all’unanimità, cioè da tutti i parlamentari, nessuno escluso (o quasi), ed è stata salutata con soddisfazione da tutti i media, nessuno escluso (o quasi). Già questo ci mette addosso un’inquietudine pazzesca. Quando poi scopriamo che questa stessa legge era stata caldeggiata dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, nel 2003, e dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla corruzione, ci coglie un mezzo attacco di panico. Tutto quanto propala dalle Centrali di Comando del Futuro Ordine Mondiale va guardato con sospetto. A maggior ragione se una classe politica come l’attuale ne ratifica i contenuti attraverso l’imprimatur parlamentare. Se infine, ci mette il suo cappello Laura Boldrini con un tweet (“approvata la legge che tutela chi segnala reati. È importante passo avanti nella lotta all’#illegalità e per #trasparenza”) allora cominciamo già a sentire il tintinnar di manette. Ma cos’è il whistleblowing? Tradotto dall’inglese, significa più o meno ‘il suonatore nel fischietto’. È una legge “di tutela”, ci dicono (rileggere il tweet della Boldrini per credere). E tutte le fonti di informazione disponibili ce l’hanno venduta proprio così: una legge che “tutela il lavoratore”. Fantastico! In un paese dove destra e sinistra, da oltre un decennio, fanno a gara per demansionarlo, squalificarlo, intimidirlo, l’approvazione di una norma “a tutela del lavoratore” è davvero una notizia. Ma come mai? Non vi ‘suona’ strano (tanto per restare alla metafora del fischietto)? Perché hanno deciso di tutelare il lavoratore se – per loro, democratici in primis ovviamente,   –  il lavoratore (il proletario di un tempo) è una mera appendice del PIL? La spiegazione sta nella distorsione (linguistica). Tutti mettono l’accento sull’aspetto secondario del provvedimento, vale a dire, appunto, la ‘protezione’ di chi denuncia anonimamente un presunto illecito e non invece su quello primario: lo sdoganamento ‘legale’ della soffiata, con la garanzia dell’anonimato. È un invito a ‘fare la spia’ senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Della serie: raccontaci pure tutto, bisbigliaci in un orecchio i ‘peccati’ del prossimo tuo e poi rilassati, ci pensiamo noi; tu stai sereno come nel confessionale foderato di velluto rosso del Grande Fratello. I media si sono ben guardati dall’evidenziare un altro aspetto ignobile di questa incivile porcata: facendo strame di secoli di cultura giuridica (in un paese che, della cultura giuridica, è la culla) si inverte l’onere della prova. Spetterà a colui che è ‘attenzionato’ dimostrare la propria estraneità ai fatti, e non il contrario. Proprio come nei processi alle streghe di medievale memoria. Ergo, in un contesto in cui il Sistema già ausculta da mane a sera ogni borborigmo della nostra violata intimità, e fruga negli interstizi privati con tecnologico puntiglio, ora abbiamo anche l’istituzionalizzazione della ‘confidenza’ anonima. Ed è solo l’inizio, sia ben chiaro. È la classica norma ‘pilota’ messa lì per vedere l’effetto che fa. In caso di applausi, la replicheranno in serie. E un bel giorno, come nell’incipit del ‘Processo’ di Kafka, a ciascuno potrà toccare la sorte del Signor K.: “Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato”.

PSICODRAMMAZZURRO

azzurroDopo l’uscita dell’Italia dal mondiale di calcio e la pubblica crocifissione dello sventurato Ventura, molti hanno proposto l’analogia tra le tragiche sorti della Repubblica pallonara e il declino irrimediabile della Repubblica italiana. Ammettiamo che la tentazione di usare il codice del simbolo e della metafora era irresistibile, e ammettiamo pure che ne siamo stati attratti. L’Italia esce dalla fase finale del campionato del mondo per la prima volta da sessant’anni in qua: allegoria di un Paese alla deriva. Eppure, la possiamo leggere anche al contrario, tutta la faccenda. Interpretarla, cioè, non già in chiave pessimistica, ma ottimistica, non per trarne i tenebrosi auspici di un futuro da tregenda, ma piuttosto quelli inebrianti di un avvenire radioso. Ma ci vuole Freud. Una delle caratteristiche peculiari della psicanalisi consiste proprio nel mettere sottosopra le convinzioni dell’uomo comune, nel capovolgere il common sense, nella sua ‘vocazione’, insomma, a intra-vedere, quindi a vedere letteralmente ‘dentro’, ‘attraverso’, ‘oltre’ i fatti e la loro scontata immediatezza. Per esempio, tutto ciò che tu dici per sbaglio (i lapsus) o immagini a tua insaputa (i sogni) o fai per distrazione (gli errori) non va mai interpretato, secondo Sigmund, nel modo più logico, ma in quello più ‘illogico’, più lontano dai tuoi tentativi di fornirtene una spiegazione razionale. Si può addirittura affermare che il paziente non può, senza l’ausilio del dottore, arrivare a ‘comprendere’ proprio perché la ‘comprensione’ si colloca a un livello inattingibile in quanto inconscio, occulto, subliminale. Lo psicanalista aiuta il paziente nel suo approdo al senso celato delle segrete cose. Se ci collochiamo in questa prospettiva, la banale equazione ‘Italia calcistica fuori dal mondiale =  Italia politica ai margini del progresso’ è fuorviante; freudianamente parlando, stiamo di certo prendendo una cantonata. E allora, se provassimo tutti insieme, come popolo, a trasformare in un lettino da psicanalisi il divano da cui abbiamo fantozzianamente assistito alla debacle azzurra contro gli svedesi, cosa accadrebbe? Potrebbe toccarci un’esperienza singolare, un’epifania inattesa. Il pareggio miserevole dell’Italia contro la Svezia catenacciara magari non sarebbe più interpretato come un fosco presagio, ma come l’espressione di un’urgenza latente (e indifferibile) del nostro inconscio collettivo nazionale: quella di ‘uscire’. La chiave, quindi, starebbe nel vedere nell’uscita da Russia 2018 la soddisfazione, sul piano onirico, di una pulsione ingovernabile, quanto inconfessata: quella di voler ‘uscire’ non già dal Mondiale, ma dall’Europa. Ecco, alla vigilia di elezioni in cui il 99% dei partiti è –  a tutti gli effetti, e al di là degli slogan di convenienza –  pavidamente europeista, Sigmund Freud potrebbe dirci quanto segue: la nazionale di calcio si è fatta interprete di una voglia, di una brama, di un desiderio che la nostra ‘incoscienza’ popolare cova come un incendio sotto la cenere del conformismo, della vigliaccheria, dell’ignoranza indotta. Ergo, Ventura è un profeta suo malgrado, una Cassandra provvidenziale che ci urla: usciamo sì, ma non solo dal Mondo, dall’Europa. E non per una volta soltanto. Per sempre.

QUISQUILIE E PINZILLACCHERE

quisquilieCasini e la sua Commissione sui disastri bancari vorrebbero “capire” per “spiegare” agli italiani. Aiutiamoli. Quanto al “capire”, ormai abbiamo capito che le banche venete non sono state salvate dallo Stato perché ormai non si può più. Prima del primo gennaio 2016 – e cioè prima dell’entrata in vigore del famigerato bail-in – si sarebbe potuto, ma non lo si è fatto. Oggi che si vorrebbe farlo, non si può. E i maestrini dalla penna rossa sparpagliati in ogni redazione di rispetto te lo ricordano se – poco poco – provi a mettere il tema sul tappeto: “Eh, ma non si può più, sai. Una volta si poteva e giustamente la Germania l’ha fatto perché era legale, ma oggi non si può più perché sarebbe illegale”. La legalità, nel magnifico Regno di Oz chiamato UE, va e viene come la barca della famosa canzone o come i raffreddori da fieno. Non si capisce, però, perché noi siamo sempre, sistematicamente, dalla parte sbagliata della “legalità”: quando un provvedimento utile per i cittadini sarebbe legale, non lo adottiamo vantandoci di essere più bravi degli altri (ai tempi in cui la Germania spendeva 93 miliardi per il salvataggio delle sue banche e l’intero continente suppergiù 3.200, noi ci vantavamo di non aver bisogno di aiuti). Quando, invece, un provvedimento utile per i cittadini è oramai indifferibile, allora vorremmo adottarlo, ma non possiamo perché, purtroppo, nel frattempo esso è diventato “illegale”. E allora cosa succede? Succede che ci inventiamo una soluzione che, guarda caso, va a favorire non già la mano pubblica, ma quella privatissima del più grande colosso bancario d’Italia. Un vero top player chiamato Banca Intesa. Il quale non solo si porta a casa tutti gli attivi delle banche venete per un euro “simbolico”, ma addirittura viene pagato per farlo. Un po’ come se –  a noi – qualcuno proponesse una villa di quattrocento metri quadri con vista sui Faraglioni, piscina e maneggio  in cambio di un caffè e purché accettiamo, a rimborso del disturbo, cinque milioni di euro. Comunque sia, lo hanno fatto per evitare il bail-in, ci dicono. Il che è una stronzata peggio del regalo a Banca Intesa. Se il bail-in è così iniquo da indurre il governo Gentiloni a svenarsi per scongiurarlo, allora perché, nel 2015, il governo Renzi lo ha ratificato senza batter ciglio? Se il bail-in andava bene due anni fa ‘in teoria’, perché diavolo oggi non va bene più ‘in pratica’? Forse perché manderebbe sul lastrico milioni di persone? E allora perché diamine –  governo del menga –  l’hai introdotto nelle famose “regole europee condivise” di cui meni vanto? Ma queste sono quisquilie. A noi interessa la pinzillacchera: l’Italia (schiava) non ha salvato le banche in crisi – nazionalizzandole quando poteva –  solo per una ragione:  per poterle regalare ai suoi padroni quando nazionalizzarle non poteva più. Insomma, tutto coerente con le linee guida dei nostri governi di centrodestra e di centrosinistra dell’ultimo ventennio. Dite a Casini che non c’è niente da “spiegare”. Solo la testa da piegare, come al solito.

AUTORITA’ E CREDULITA’

bancheC’è un’altra sfumatura imperdibile. Non possiamo alzarci dalla poltrona – dalla quale stiamo assistendo al cabaret allestito dalla Onorevole Commissione di Inchiesta su Banche & Affini – prima di aver fatto mente locale su ciò che segue. Dunque, abbiamo questa Autorità di Garanzia chiamata Consob. Le autorità – sapete – piacciono un sacco ai cultori della democrazia occidentale. Infatti, le Autorità sono spuntate negli ultimi anni un po’ dappertutto (in Italia e in Europa) e – a ogni cambio di stagione – ci siamo svegliati con nuove autorità sbucate tra l’erba novella del giardino. Aperta la porta, eccole là, venute su in una notte come un turgido porcino: l’Autorità per le telecomunicazioni, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, il Garante per le comunicazioni, l’Agenzia per l’Italia digitale e via discorrendo, di Autorità in Autorità. Ora cercheremo di spiegare la genesi di questo fenomeno e come esso sia perfettamente in sintonia con i tempi. In questo esercizio di de-codificazione, la Consob può tornare utile assai giacché si tratta di una primizia nel ramo. Fu la primogenita tra le consorelle, istituita nel 1974 con il precipuo compito di tutelare gli investitori attraverso un severo e professionale controllo delle società quotate in borsa e dei loro intrallazzi. Prima, questa funzione era esercitata dal Ministero del Tesoro il quale però –  poverino – era così indaffarato da non potersene più occupare. Ma qual è la caratteristica fondamentale di una Autorità? La prima, va da sé, è di carattere semantico. L’autorità è ‘autorevole’, lo dice la parola, così come il parlamentare è ‘onorevole’, per definizione. C’è una grande differenza, però. Il parlamentare ‘diventa’ onorevole in virtù di un’elezione: prima è un cittadino qualsiasi, poi lo eleggono e – solo dopo l’investitura – acquista i gradi di ‘onorevole’. Lasciamo perdere il fatto che, poi, strada facendo l’onorevole si disonori. Ci interessano le sfumature, come già detto. E la sfumatura sta proprio in questo: i membri della Consob –  così come i membri di qualsiasi Autorità e a differenza dei parlamentari designati dal popolo –  sono ‘autorevoli’ già prima di essere nominati (non eletti). Leggere (per credere) i requisiti di cui devono fregiarsi i membri Consob (al pari di ogni altra Autorità consimile): “La Commissione Nazionale per le Società e la Borsa è composta di un presidente e di quattro membri, scelti tra persone di specifica e comprovata competenza ed esperienza e di indiscussa moralità e indipendenza”. Et voilà. I membri di una Autorità sono ‘autorevoli’ già prima. ‘Prima’ della nomina, capite? Hanno una “indiscussa moralità e indipendenza”. “Indiscussa”, capite? “Moralità”, capite? “Indipendenza”, capite? Sono gli stessi requisiti –  vaghezza più, vaghezza meno –  necessari per essere nominati (non eletti) alla Commissione Europea o per essere nominati (non eletti) nel Board della BCE. Le autorità sono la sede del vero potere (che non è mai ‘veramente’ politico). Perciò sono occupate da membri investiti di prerogative sovra-umane e pre-elettive tipo i re Merovingi. Dopodiché, le leggi in materia non spiegano come vengano selezionati i super eroi investiti dell’autorità di guidare un’Autorità. E non val neanche la pena di stare qua a discuterne. Come anzidetto, trattasi di gente “indiscussa”. Proprio come la credulità dei cretini.

TORRE DI CONTROLLO

torreNella vicenda delle banche venete, della diatriba Consob-Bankitalia e della Commissione Parlamentare d’Inchiesta presieduta da Pier Ferdinando Casini ci sono alcune sfumature nella tela complessiva che – pur rischiando di passare inosservate per la loro apparente inessenzialità – sono più vistose e deturpanti di uno sbrego. Esse non riguardano, però, gli illeciti penali o civili, l’inosservanza delle regole, le collusioni e ramificazioni clientelari. Questa roba qui è, per così dire, data per implicita. Nel senso che ce la consegnano in dotazione insieme al giocattolo per adulti noto come “Gestione-occulta-del-vero-potere-da-parte-dei-veri-padroni-a-beneficio-dei-veri-allocchi”. Tutti sanno che quel mondo, da che mondo è mondo, è difettoso. Fingono di scandalizzarsi, mettono su una bella commissione d’Inchiesta e poi tutto finisce a tarallucci e vino. Non è roba nuova, sapete. Va avanti così dai tempi di Marco Cacco: la stessa Banca d’Italia nasce, negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, sulle proverbiali ceneri dello scandalo della Banca Romana. Ecco perché interessarsi dei dettagli è più divertente, ma soprattutto più istruttivo, che non focalizzarsi sul complesso. Le minuzie ti disvelano l’improntitudine della Matrice, la sua sfacciata alterigia, la sicumera che la anima. Pensate, per esempio, alla risposta data dal Direttore Generale della Consob alla Commissione d’inchiesta  a proposito dei controlli compiuti, anzichenò, negli armadi degli scheletri delle banche venete. ‘Ascoltate’ cosa ha detto, a sua discolpa, l’alto rappresentante: “L’Autorità nel 2013 aveva ricevuto solo 2 esposti, 13 nel 2014, 104 nel 2015. Noi cominciamo ad attivarci quando c’è un certo numero di esposti”. Da leccarsi le orecchie, non trovate? Nell’era del controllo, nella civiltà del controllo, nella società del controllo, la società di controllo dei mercati e della borsa, si attiva solo quando il numero di denunce diventa eccessivo. Sarebbe come se un maestro elementare appioppasse il quattro a un alunno solo dopo ‘un tot’ di compiti insufficienti. O se la polizia municipale si attivasse contro un automobilista imprudente solo dopo una serie ‘accettabile’  di infrazioni. O se una Procura si desse pena di perseguire un ladro solo dopo lo scasso di un numero ‘fisiologico’ di negozi. O se la Finanza mettesse nel mirino un’azienda solo dopo una quantità ‘discreta’ di evasioni. Sembra impossibile, vero? Stiamo parlando dell’Autorità di Controllo per eccellenza, quella che ‘controlla’ il cuore pulsante della nostra vita iper-controllata, fatta di Borse, di Crescita e di PIL, la stessa che ‘controlla’ gli istituti da cui dipende il destino su questa terra di un numero incalcolabile di persone controllate fin quasi nel gabinetto di casa (per il loro bene, si intende). Eppure, questa Autorità ‘controlla’ solo se gli esposti superano un non meglio precisato livello di guardia. Eccola, la quintessenza del Sistema che ‘controlla’ in-fles-si-bil-men-te, punisce, sopprime se del caso (attraverso il fai da tè del suicidio) i servi. Ma poi si fa coccolo e untuoso, quanto una spugna bagnata, verso i padroni.

ARRIGO SARRI

sarriParliamo di calcio per distrarci. E anche come scusa per parlare d’altro che non sia proprio il calcio, o solo il calcio. Parliamo di Sarri, ad esempio, l’allenatore del Napoli, il quale sta conquistando i palati fini di tifosi ed esperti di mezza Europa attraverso la sua Idea di football. Un po’ come fece, a suo tempo, Arrigo Sacchi con il Milan degli olandesi o Pep Guardiola con il Barca di Messi o, nel Novecento, Rinus Michels con la mitica Olanda del 1974. Ma cos’ha di speciale, Sarri? Detto in modo banale, quel che aveva Arrigo (Sacchi): fa giocare bene la sua squadra; ma, in realtà, c’è molto di più e di meglio da sapere, e su cui riflettere, in proposito. Sarri non si limita a far giocare bene la sua squadra. In fondo, tutte le squadre –  nel corso di un campionato, e persino di una stessa partita –  giocano bene, magari occasionalmente, magari a sprazzi, magari a loro stessa  insaputa. Il Napoli, invece, forse non gioca bene sempre (anche se molto spesso sì), ma vuole giocare bene sempre. Questa è la cifra della grandezza della squadra azzurra e del suo allenatore provinciale (e Dio benedica i provinciali in quest’era di deliri metropolitani): che non ammette eccezioni e cedimenti sul piano della volontà applicata all’estetica. Su quello dell’estetica, a volte si concede una pausa: e infatti, episodicamente, il Napoli non dà spettacolo. Ma su quello della pretesa ossessiva e maniacale dell’eccellenza estetica no: il Napoli, e soprattutto il suo coach, vogliono la perfezione applicata al bello. Al punto da far pensare che il loro primo obiettivo non sia neppure la vittoria (che dovrebbe costituire il primum movens di ogni cimento agonistico), quanto piuttosto l’incarnazione, su un rettangolo verde, di quell’Idea Platonica di compiutezza calcistica ineguagliabile che ogni allenatore, di tanto in tanto e come una sporadica fiammata, cova dentro sé. E ogni allenatore (salvo le tre dita di una mano succitate), poi quest’Idea l’abbandona, sentendosene indegno. Sarri no, Sarri ha la presunzione di potercela fare. Ed è così cocciuto, così fanatico, così refrattario alla mediocrità, da riuscire nel suo intento prima o poi, presto o tardi. Perché Sarri – ed è questa l’altra meditazione in pillole che ci scappa fuori – era Sarri anche prima di diventarlo. Quando, cioè, la Gazzetta non parlava di lui a titoli cubitali e i maggiori club del continente non se lo contendevano a suon di milioni. La qualità di Sarri, insomma, prescindeva dal suo riconoscimento. Qualche anno fa, un famoso giocatore avversario (mi pare Eto’o) si presentò in conferenza stampa e, dalla vertiginosa altezza della sua fama mondiale, elogiò quel mister anonimo e occhialuto davanti a una platea di cronisti increduli. Per dire che i ‘vicini’ sapevano chi fosse Sarri anche quando lui stesso, forse, non sapeva di esserlo. Eppure, Sarri non smise di insegnare il suo gioco rivoluzionario e non avrebbe smesso mai, neanche se la Gazzetta avesse seguitato a ignorarlo. Eccolo, l’altro appunto per il nostro Taccuino dei Precetti Indimenticabili: la qualità –  così insegnava il grande Robert Pirsig –  non dipende dalla sua certificata evidenza. La qualità è. E basta. Dedicato ai milioni di Sarri sconosciuti che ‘allenano’ nel mondo rendendolo migliore di quanto non sembri.

LASSU’ QUALCUNO CI ODIA

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Alla fine, Halloween è passata, per fortuna. Ma ha lasciato sul terreno il solito cimitero di sporcizia: morti per finta, zombie per ridere, incubi per scherzo, sangue per celia. Su questa funebre sagra d’importazione si è detto e scritto tanto e molti si sono giustamente soffermati su un paio di considerazioni ineccepibili se non ovvie, trascurandone però una terza, quella più inquietante. Quanto alle prime due, ci sbrighiamo in fretta:  riguardano la funzione sociale e quella economica di Halloween. La festività del due novembre non ci appartiene affatto, com’è noto, non sgorga dalla nostra tradizione patria. È, in tutto e per tutto, un’americanata di derivazione anglosassone, un carnevale di orrori, un folklore plastificato promosso a tutto volume, in tutto il mondo, dalla regia unificata dei media unificati per dotare le masse già spaesate del globo anche di una loro brava (e spaesante) celebrazione globalizzata. Sulla funzione economica non vale neppure la pena di soffermarsi, tanto è evidente: Halloween è un business stratosferico e  – quanto più si diffonde, grazie anche al contributo del popolo coglione, assuefatto e teledipendente – tanto più si accumula la grana nei granai di chi la detiene. Ora veniamo al terzo aspetto, quello meno approfondito,  di questa festività pagana. La sensazione è che vi sia una regia occulta a favorirne il successo su scala mondiale. ‘Occulta’ non nel senso letterale di ‘nascosta’ (le implicazioni complottistiche, pur possibili, mettiamole da parte), ma in quello paranormale di ‘maligna’. ‘Occulta’ in quanto densamente impregnata del lato oscuro della forza. Halloween è, a tutti gli effetti, la festa delle porte spalancate alle potenze delle Tenebre. Non conta tanto che le Tenebre esistano o meno – la stragrande maggioranza degli evoluti abitanti dell’evoluto Occidente ovviamente non ci crede – quanto che le loro lugubri ombre si allunghino sulla psiche individuale conscia, e sull’inconscio collettivo; proprio come un’entità provvisoriamente libera di scorrazzare nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre piazze non già contrastata o frenata o inibita, ma addirittura vezzeggiata, corteggiata, blandita. Il quizzino ormai idiomatico (sintesi sublime dell’intera baracconata) è: dolcetto o scherzetto? Nella sua innocente formulazione sottende – in controluce, simile all’ectoplasma impercettibile di uno spettro – un colpevolissimo e mafioso avvertimento: preferisci pagare o morire? Sì, lo sappiamo, è tutto solo un gioco, ma fino a che punto le nostre deboli menti, già intossicate dal male, lo percepiscono per tale? Questo profluvio di putridi gadget e di impiccati da vetrina è davvero solo un passatempo per esorcizzare il dì dei defunti? O non è piuttosto un nuovo rito che – sottotraccia, in incognito – ci sta addestrando al culto infero del Disordine e del Caos? Già ne siamo quotidianamente bombardati: ogni giorno, in fondo, si officia un Halloween ‘laico’ attraverso gli schermi lordi di sangue e di corpi ammazzati della tivù. Ora ci siamo regalati anche un bel Natale di morte. Lassù, davvero, qualcuno ci odia.

DOMINATORI DEL TEMPO

tempoCapita alle volte di imbattersi in personaggi un po’ fuori dal tempo, ‘stonati’ (in senso buono) rispetto al contesto, come un quadro astratto inserito in una cornice classica. Siccome oggi è divenuto giusto un classico il leit motiv secondo cui ‘non abbiamo tempo’, ‘ci hanno rubato il tempo, ‘se solo avessimo più tempo’, quando incontri l’uomo controtendenza resti, sulle prime, basito. Lui è oppresso, come tutti noi – robottini compulsivi e mediatizzati di questo mondo a banda larga – da una miriade di stimoli ladri e infingardi. Eppure ci passa attraverso – un vero super eroe coi veri super poteri –, galleggia sul casino, sospinto dal vento favorevole della sua placida inerzia. Fa tutto quello che deve fare, adempie i suoi impegni, rispetta gli obblighi sociali, ma poi vive, eccome se vive. E te ne accorgi dall’energia che irradia, dal sorriso che non lo abbandona, dall’abilità acquisita di vedere il male, ma di fare il bene. Vale a dire, di rendersi conto delle sconsolanti brutture del mondo, ma di non scoraggiarsi praticando un ottimismo personale autentico, non frutto di trucchi tarocchi da corso aziendale. E allora come fa? Gliel’ho chiesto e mi ha sintetizzato la sua filosofia in tre parole: dominando il Tempo. A suo modo di vedere, tutto si riduce al Tempo e al suo dominio; al modo in cui lo si usa senza farsene usare. Alla mia domanda di essere più preciso e concreto, egli si è rivelato generosamente prodigo di consigli e io qualche appunto l’ho preso. Consiglio numero uno: praticare la disconnessione sistematica e consapevole dalla rete telefonica e digitale, ogni qual volta è possibile. Lui si regala, quotidianamente, dei momenti di ‘stacco’ durante i quali diventa irraggiungibile, irrintracciabile, da chiunque. Questa semplice pratica all’inizio gli suscitava sensi di colpa, poi è divenuta una sorta di droga ‘buona’, di pratica sciamanica, quando si è reso conto che la ‘disconnessione’ dal gomitolo avvolgente della reperibilità H24 non è un peccato di cui pentirsi, ma la condizione originaria – basica, per così dire –  dell’uomo prima della caduta: il non essere sempre raggiungibile. E quindi lo fa; con discrezione, a intermittenza, senza esagerare (sennò la Matrice s’incazza), egli scompare dai radar e fluttua attraverso gli interstizi dello spazio-tempo: un’invisibile, ma serena, comparsa nel teatro dei pazzi, un ninja zen nell’arena della competitività. Consiglio numero due: applicarsi con certosino puntiglio a tutti i compiti sgraditi della giornata, svolgerli come se fossero – ciascuno – una questione di vita e di morte, focalizzare la propria attenzione concentrata sul momento presente, per quanto pesante. La scelta –  apparentemente assurda –   di amare ciò che fa  quando non può fare ciò che ama, gli consente due guadagni immediati: egli disbriga a regola d’arte (nei limiti delle sue capacità, ma mai sotto le sue capacità), ogni incombenza e non è tormentato dalle paranoie malinconiche e depressive dei pensieri importuni. Infatti, se si situa ‘nel presente’, il futuro e il passato perdono ogni potere su di lui. Ultimo consiglio: regalare meno istanti possibili alle distrazioni inutili della Matrice; odiare il cosiddetto ‘entertainment’, gli show, i ‘passatempi’, i giochini cretini con cui Mangiafuoco vorrebbe mangiarci la vita. Dimenticavo: ha una lista di obbiettivi e una grande passione.

MAGNIFICHE SORTI E REGRESSIVE

guenonRenè Guenon è un esoterista francese del Novecento. Esoterista è una parola non proprio comune, anzi del tutto fuori moda nell’odierna civiltà. Esoterista è chi si occupa dell’esoterico, cioè di un sapere per pochi iniziati attinente alle cose Nascoste, Ultime, Vere. Ha a che fare con un approccio spirituale, con una venerazione per il ‘Sacro’ collocabile a mille miglia, agli antipodi addirittura, dal greve materialismo, dalla superficialità chiacchierona, dall’agire compulsivo e senza scopi dell’Evo post moderno. In ogni caso, Guenon suggeriva una lettura della Storia umana in totale controtendenza rispetto a quella insegnata nelle scuole, soprattutto occidentali, e di cui molti ‘maestri’ contemporanei sono imbevuti debitori. Parlo dell’idea ‘progressista’ secondo la quale le vicende umane sono paragonabili a una freccia, a un tracciante ben direzionato che va da un prima a un dopo, ma anche da un indietro a un avanti, da un sotto a un sopra, da un meno a un di più. Secondo questa logica, il nostro è il migliore dei mondi possibili proprio perché viene dopo quelli barbari del passato. Tale logica ha partorito il concetto dei ‘secoli bui’ medievali e il mito illuminista e positivistico di una Ragione Umana tesa a una marcia di ineluttabile miglioramento delle nostre sorti e condizioni. Ebbene, la visione di Guenon cattura perché sovverte la prospettiva. Egli recupera gli insegnamenti di uno dei primi poeti greci, Esiodo, e di molta letteratura indiana antica sui cicli cosmici. Da queste fonti ricava il convincimento di una Storia composta di cicli votati al degrado anziché al progresso, una successione di ere che  – da quella dell’oro – scalano a quella dell’argento e poi del bronzo e poi del ferro. Secondo Guenon,  l’età in corso (e lui se ne andò prima di assistere allo sfacelo dei decenni successivi alla sua morte) è quella del Kali Yuga, cioè del materialismo trionfante, dell’amnesia spirituale, della solidificazione energetica. Il metodo suggerito da René asseconda una presa di coscienza oggi detestata dagli ottimisti a cottimo, da quelli che ‘bisogna pensare positivo’, dai cultori dei prodigi futuristi della scienza e della tecnica. Infatti, esorta ad aprire gli occhi e a non farsi illusioni. Derubrica a umana arroganza la pretesa di poter cambiare lo stato delle cose, di voler trovare una via d’uscita dalla crisi morale, politica, economica, sociale dell’Evo Competitivo. Questo, secondo Guenon, è il Tempo del Declino e ogni pulsione prometeica di mutarne il verso, di capovolgere il senso degli eventi, si libra – per ciò stesso – nei cieli dell’utopia. Insomma, Guenon, custode di una Tradizione perduta, ci suggerisce non di lottare per cambiare il mondo esterno, ma di lottare per cambiare il mondo interno, per non spegnere la piccola fiaccola di ‘altezza’, di ‘profondità’,  di ‘senso’, di ‘sacro’, ancora accesa in noi, sempre che lo sia. In attesa di una svolta che verrà – questo è certo – ma non grazie all’umanità attuale. Piuttosto, nonostante essa.