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L’accoglienza non è più una virtù

Nel discorso presidenziale di Mattarella sui vantaggi stratosferici dell’Unione, c’è qualche altro elemento che non torna. Uno su tutti. Che non riguarda – si badi bene – Mattarella in quanto tale, ma tutti i Mattarella del mondo, e cioè tutti coloro che (e sono tantissimi, la stragrande maggioranza) – investiti di una carica apicale – fanno la morale: su quanto sia da godere un mondo senza barriere. Il che, in linea di principio, può anche essere giusto. Soprattutto muovendo dalla logica illogica di un preadolescente non ancora scontratosi con la maledetta, ruvida complessità dell’età adulta. Ma prescindiamo.

C’è, piuttosto, un ulteriore aspetto  meritevole di approfondimento nella predica laica del quirinale. Ci riferiamo all’evidentissima contraddizione tra l’apertura indiscriminata e sessantottina a cui sono invitate le masse e la chiusura a bunker dei palazzi del potere nelle aree riservate ai membri dell’elite. Si tratta di una schizofrenia così evidente che non la vediamo neppure più. Hanno deciso che la ‘cosa pubblica’ deve ispirarsi a un bouquet di valori illuministici e protocristiani tipo: il mondialismo, l’accoglienza, la solidarietà. Nello stesso tempo, la ‘cosa privata’, vale a dire i fortilizi, gli edifici, i grattacieli, le zone franche in cui i padroni decidono le sorti del globo sono praticamente inaccessibili. Provate voi ad entrare nel totem di vetro della BCE, provate ad approssimarvi a meno di cinquanta metri dai sacrari di Strasburgo, provate a introdurvi (da occasionali e curiosi passanti) a una riunione dei commissari di Bruxelles. Ce la farete solo dopo un labirintico andirivieni di controlli, nulla osta e pastoie burocratiche, se non sarete arrestati prima da uno zelante questurino. Lo stesso vale, sia ben chiaro, per le ville dove dimorano tutti quelli dei piani alti, siano essi esponenti della finanza, della cultura, dell’industria o di qualsivoglia altra nicchia dell’elite. I loro spazi – gli spazi dei Nuovi Signori, per semplificare – sono blindati e inattingibili. È sempre stato così, direte. Può essere, ma oggi lo è più che mai. E, soprattutto, oggi (a differenza che in passato) quella stessa gelosa custodia della propria sfera di confort è pervicacemente negata agli Stati.

Gli Stati, e quindi i popoli e quindi i cittadini normali, non devono avere più protezioni contro l’esterno. Essi devono essere sovraesposti alla proficua influenza della diversità, solleciti ad accoglierla, prodighi nel mantenerla. È come se il sacrosanto diritto alla perimetrazione del territorio –  che è una fisica estensione e un corollario imprescindibile della libertà individuale e di gruppo –  fosse divenuto un privilegio riservato ai pochissimi e negato ai moltissimi. La superficie condivisa, e perciò pubblica, della gente normale – quella che poi ‘vive’ davvero le aree urbane come le periferie metropolitane – è lasciata in balia  dell’indiscriminato transito di una indifferenziata umanità. L’ambito selezionato dei reggenti e per i reggenti, invece, è più inviolabile del cubicolo di un tabernacolo. Da lassù dominano il mondo con uno sguardo e lo trovano così bello e così global. E gli  vien persino da cantare: “Imagine there’s no countries”.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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