LEGHE CONDOMINIALI

begheHo assistito, con sottile compiacimento, a una riedizione popolare e ultramoderna delle dinamiche di un’adunanza nell’Agorà di Atene dell’era eroica in cui la democrazia mandava i suoi primi vagiti. Una specie di viaggio nel tempo a ritroso vissuto in occasione di un’assemblea condominiale. C’erano tutti i soliti ingredienti di tutte le solite assemblee condominiali: l’endemica lentezza, le dichiarazioni di intenti, il vociare chiassoso e inconcludente, l’incoercibile passione per i dettagli inessenziali, le chiacchiere, il disordine, il dissidio. Eppure, è successo anche qualcosa di stupefacente per quanto apparentemente ovvio. Si è dispiegata davanti ai miei occhi la democrazia. In una stanza con una cinquantina di condomini (l’equivalente di un raduno parrocchiale) si è messo ai voti il presidente (tra due contendenti) il quale – una volta eletto – ha fatto allontanare l’amministratore per discuterne la destituzione. Si è poi proceduto all’enumerazione delle critiche all’ordine del giorno, a un confronto serrato e dialettico tra opposte fazioni, al voto. L’amministratore è caduto, la piccola rivoluzione avvenuta, l’assemblea aggiornata a data successiva per deliberare su imponenti spese di ristrutturazione dell’immobile. Perché mi ha così entusiasmato una delle esperienze in genere più tediose per qualsiasi essere umano non masochista (e cioè, appunto, un’assemblea di condominio)? Perché vi ho visto, in controluce, il dispiegarsi di un fenomeno a cui ci hanno disabituati, ci stanno disabituando: la dinamica del processo democratico scaturente dalla base e non inquinato dai vertici. Una piccola, insignificante occasione in cui i giochi non erano truccati in partenza e la decisione a valle non era stata già decisa a monte. Facile, direte, stai parlando di un condominio, mentre a noi, tra qualche mese, tocca votare per il rinnovo dell’amministratore di Palazzo Chigi. Può essere, ma mi ha entusiasmato l’energia vibrante in quella sala. Era come accorgersi che c’è ancora speranza, che c’è ancora del potenziale ‘sovversivo’ (nel senso assolutamente pacifico che reca seco l’aggettivo democratico quando è ‘assolutamente’ democratico) crepitante sotto la cenere della finzione. Mi sono chiesto – e so già da me che m’illudevo, ma a volte i sogni aiutano a vivere meglio, come ammoniva Marzullo – se un tale esperimento, una tale sfrontata, e pacata, risolutezza nell’assumersi la responsabilità di un autogoverno (la risolutezza letta nello sguardo mite, ma fermo, del giovane presidente rivoluzionario dell’assemblea di cui sopra) non sia per caso replicabile anche a livello nazionale. No, ovvio. E il primo motivo risiede nell’egoismo narcisista di tutti i micro-movimenti dissidenti rispetto alla Matrice. Hanno leader troppo entusiasti del loro ombelico per accorgersi dell’esistenza di altri compagni con cui fare squadra. E strada.

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