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Paura, eh?

C’è una interessante vignetta pubblicata in prima pagina del quotidiano ‘La Repubblica’ del 30 giugno, a firma Altan. Un tizio in camicia verde, dallo sguardo truce, dice: “Pensiamo ai bisogni degli italiani. Il bisogno di paura prima di tutto”. È un esempio di satira molto istruttivo perché racconta molto più di quanto non vorrebbe. È stato Freud a insegnarci che i motti di spirito non sono mai ‘innocenti’ giacchè rivelano percorsi tortuosi del nostro inconscio di cui, per definizione, non possiamo essere coscienti. Nel caso in esame, la battuta ha, dunque, una portata ‘polisemica’, cioè è densa di una pluralità di significati, alcuni palesi, altri no. Anche se non fa ridere, ma questo è il meno. Quasi sempre, l’ironia con finalità moralistiche è un succedaneo della pubblicità progresso: vorrebbe educare il lettore per via umoristica ma, non riuscendoci, resta lì a mezz’aria, senza aver adempiuto al suo compito principale (far divertire) e senza aver centrato il suo obiettivo secondario (far riflettere). L’unico modo per venirne a capo è decodificarla. Nella fattispecie, l’intento dichiarato, evidente, del vignettista è ‘semplificare’ un fenomeno complesso e articolato come l’immigrazione di massa.

Il fumetto di Altan è il simbolo perfetto di come l’uomo ‘colto’ italiano, tendenzialmente di sinistra, diciamo di estrazione cattocomunista (e quindi uno dei lettori privilegiati di Repubblica), spiega a se stesso il mondo. Ebbene, nella testa di costui – svuotata da tutte le ideologie che la opprimevano – aleggia oramai un vuoto pneumatico in cui lampeggiano due soli punti di riferimento: quello emotivo e quello etico. La realtà non viene più esaminata, e magari criticata, secondo categorie logiche, razionali, orientate dal pensiero analitico, ma solo in virtù della dicotomia morale (‘buono’ da una parte, ‘cattivo’ dall’altra) o emotiva (‘coraggio’ da una parte, ‘paura’ dall’altra). Così, il ‘dramma’ della immigrazione si riduce a questa alternativa basica: se sei un cittadino (buono e coraggioso) del mondo, accogli gli immigrati; se sei un populista, provinciale e coatto, li respingi perché “hai paura”. La paura, cioè un sentimento, è diventato uno dei bersagli preferiti dei nuovi politici, elettori, intellettuali della sinistra cosiddetta progressista. Nella loro infantile mappa mentale, ciò che conta è non avere paura e, di solito, se non si ha paura si è anche buoni.

La cosa sorprendente è che gli avversari di questo approccio politico rudimentale (in genere apostrofati con i peggiori epiteti) non decidono e non  votano affatto secondo categorie ‘sentimentali’ ed ’emotive’, ma semmai in base a concetti, nozioni, ragionamenti più adulti, evoluti e civili. Per dire, non è che hanno paura di una immigrazione fuori controllo; tuttavia, si rendono conto che essa non è sostenibile né accettabile da alcuno stato degno di questo nome e va subordinata all’interesse nazionale. In confronto a certi ‘nani’ di sinistra, sembrano giganti perché impiegano gli strumenti corretti di qualsiasi strategia politica tarata sulle esigenze della propria polis (‘città’, in greco). L’orfano del PCI, o della sinistra DC, invece, è orfano anzitutto di razionalità e buon senso e quindi attribuisce ai ‘nemici’ il suo più grande tormento: la paura che prova al pensiero di non avere più nessuno che gli insegni cosa, e come, pensare.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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