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PUGILI SUONATI

aliConfesso che da qualche giorno sono tormentato da un dubbio atroce. Ogni volta che vedo alla tivù i fascisti e gli antifascisti che si picchiano, non so mai per chi fare il tifo. È un po’ come tornare al 30 ottobre 1974 quando Muhammad Ali affrontava George Foreman a Kinshasa, nello Zaire. Era il match del secolo e immagino (ero troppo piccolo per averlo sperimentato) che molti dei telespettatori collegati da ogni parte del mondo non sapessero decidersi, fino all’ultimo, su quale dei due fenomeni puntare. Entrambi avevano qualità eccellenti e ottimi argomenti muscolari, tecnici, agonistici per meritare l’alloro. Quindi, gli appassionati di boxe di allora si saranno scissi in un tifo schizofrenico per i due formidabili pugili fingendo ora di menare un gancio col destro a Muhammad e ora un uppercut col sinistro a George. Ecco, con i tafferugli in piazza di questi giorni, per me è uguale.  Non so mai bene con chi simpatizzare, fermo restando che la condanna alla violenza è sottintesa e che questo è un discorso un po’ paradossale. Bene, sono andato a rileggermi i programmi politico-elettorali dei micro movimenti bellicosi classificati, rispettivamente, come fascisti e antifascisti. Ho trovato la conferma che cercavo. Di ‘fascista’, nel senso ortodosso, classico, storico (e quindi preciso) del termine, non c’è praticamente nulla in nessuno dei due. Mentre di ‘antifascista’ c’è davvero molto, ma in entrambi. Sempre che ci intendiamo sulle parole. Laddove, cioè, per ‘antifascista’ intendiamo un idem sentire focosamente contrario ai modelli di governance (come li chiamano oggi) autocratici, appaltati a cupole a-democratiche teleguidate da forze esterne di natura economica e finanziaria. Ecco, da questo punto di vista, tutti i ragazzi infervorati in piazza nell’insultarsi e nel picchiarsi a vicenda hanno un animus pugnandi ‘antifascista’: sono contro l’Unione Europea, contro la sua deriva autoritaria, contro l’asservimento degli attuali governi alle centrali oligopolistiche del capitale internazionale, contro un modello ultraliberista dove la competizione la si gioca sulla pelle dei lavoratori, contro la precarizzazione del futuro, per una maggiore giustizia sociale e per una più equa redistribuzione della ricchezza. Ma, allora, perché diavolo si menano? Ecco il quesito fondamentale. E la risposta è semplice: perché sono molto intelligenti (certamente più della media da minus habens del candidato medio dei partiti medi italiani). Tuttavia, sono anche ‘troppo’ intelligenti per sospettare l’esistenza di una strategia tutto sommato ‘stupida’ come quella dei regnanti: relegare il dissenso nel recinto di un’etichetta tutta giocata su una parola sinistramente evocativa come ‘fascismo’. Così gli unici veri antagonisti del Sistema, anzichè unire le forze per contestarlo, si menano fra loro. Intanto, l’uomo medio si spaventa davanti ai rossi e ai neri di ritorno e vota come Bruxelles comanda. A Bruxelles, invece, qualcuno si gode lo show in poltrona sgranocchiando i pop corn.

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