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Spiazza Savona

Alla fine, diceva quel famoso proverbio, tutti i nodi vengono al pettine. Alla fine, le balle scoppiano, una ad una, e i contendenti restano sul campo a misurare le rispettive forze, a guardarsi in cagnesco, a studiarsi per capire chi sferrerà il colpo per primo e cercare di intuire se il pugno in arrivo sarà quello del Knock out. Precisamente questo sta accadendo nel confronto dialettico tra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio incaricato. Le resistenze ostinate del primo alla proposta del secondo di nominare un illustre economista come Paolo Savona quale ministro dell’economia sono inaudite. Nel senso letterale del termine: non sono mai state udite dalle nostre parti e si collocano ben al di fuori del perimetro della prassi costituzionale, così come l’abbiamo sperimentata nei fatti, e del diritto costituzionale, così come l’abbiamo studiato sui libri. Il Presidente della Repubblica può forse vantare un qualche risicato margine di discrezionalità (innocuo residuo di cortesia istituzionale dovuta alla carica) nella scelta del capo del governo, ma non ne ha alcuno nella nomina dei ministri proposti dal premier incaricato. Nell’uno come nell’altro caso, egli deve prioritariamente attenersi al risultato delle urne e logicamente assecondare le scelte di quelle forze politiche che sono espressione dei voleri della maggioranza del popolo italiano cui la sovranità pertiene a mente dell’articolo uno della nostra Carta. E invece no. Savona non va bene, Savona ‘suona’ male,  nonostante il suo curriculum da paura e benché sia incensurato e mai sfiorato dall’ombra di uno scandalo, a differenza del non piccolo numero di pregiudicati, imputati, condannati, o veri e propri delinquenti, che hanno occupato le poltrone più disparate negli ultimi anni. Insomma, non c’è un solo valido motivo razionale che possa giustificare il niet di Mattarella. Anzi, ce n’è uno così evidente (colossale) da non poter essere detto: Savona  non è meritevole, per l’Europa. Quindi, Savona non merita il Ministero. Peccato che (sulla carta) il Capo dello Stato non sia il Capo dell’Europa, e neanche un suo zelante esecutore, ma l’esponente sommo di quella nazione sedicente sovrana a nome Italia. Tuttavia, per qualche insondabile motivo, egli rappresenta (consapevolmente o meno, Dio solo lo sa) l’ultima, disperata  linea Maginot dell’eurocrazia, dei potentati extranazionali, dei Mercati. È come se la dittatura occulta a cui siamo stati asserviti, e da cui siamo stati ingannati, negli ultimi vent’anni, si fosse trovata, all’improvviso, nuda sul palco per un inopinato e imprevisto crollo simultaneo della mise en scène. Giù i paraventi. Basta Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Ora che li intravediamo (dietro la lupara dello spread), i manovratori si giocano le ultime carte istituzionali. Ci lasciano il governo, ma non vogliono Savona. E confidano in Mattarella. Un po’ poco, amici. Se the President, colto da una savia resipiscenza, assolve al suo ruolo e fa il suo dovere e nomina Savona, che accade? E se il prossimo Presidente della Repubblica (eletto da questo parlamento giallo verde) non sarà, per la prima volta, un fiero europeista, che fanno? Ci invadono? Ci bombardano? Ci annettono, come  l’Austria alla Germania nel 1938? Ridendo e scherzando, ci hanno fatto arrivare  fin qua.  Adesso ridiamo noi. Ma non scherziamo più.

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