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AGENDA RADICALE

immigrazioneI radicali sono tipi fantastici, sapete. E anche molto profetici. Non c’è una sola delle  loro celebratissime battaglie che non sia in consonanza con lo spirito dei tempi. Lamentano di essere ghettizzati dalle tv, di non ricevere abbastanza spazio sulla stampa e luce dai riflettori, di avere percentuali da prefisso telefonico. Tutta colpa dei media di regime rei di non concedergli  sufficiente voce in capitolo. Da decenni i radicali ci frantumano i santissimi con queste litanie. Eppure essi si sottovalutano, perché – a dispetto dell’infimo gradimento ottenuto nelle tornate elettorali – hanno saputo intercettare come nessuno la deriva nichilista dello spaesamento collettivo tipica dell’evo post moderno: dalla venerazione per il dio mercato alla distruzione di ogni altra idea di dio, dalla idiosincrasia per le tradizioni e le singolarità nazionali all’esaltazione di un umanitarismo indistinto, neutro, globalista, interplanetario, trans-democratico, trans-nazionale, trans-partito come amano dire, non c’è un solo brano dell’agenda dei padroni del mondo che i bravi compagni non abbiano fatto proprio. In effetti, radicale è stato uno dei pochi commissari italiani dell’Unione Europea: Emma Bonino. E non è un caso: sull’ideologia mercatista e sul feticismo tecnocratico e ultranazionale si fonda, in ultima analisi, l’intero edificio dell’Unione. Proprio Emma Bonino ha rilasciato, in data 21 gennaio 2017, una lunga intervista su L’Unità (altro House Organ della combriccola degli euro allineati) in cui ci ha spiegato non cosa non va nel fenomeno dell’immigrazione selvaggia, ma cosa non va negli italiani che a quel fenomeno giustamente assistono con sbigottito disarmo. Per Emma è tutta una questione di narrazione. Non ce la stiamo raccontando giusta, insomma, razza di razzisti qualunquisti che non siamo altro. Dobbiamo metterci in testa di essere un popolaccio bruto e senescente che ha bisogno come il pane delle nuove leve d’oltremare. Una questione di contributi pensionistici. C’è necessità di forza lavoro fresca per pagarci gli assegni di quiescenza di domani. Il mercato, sempre lui, ne ha necessità. Quindi, la chiave sta nel favorire, non nel contrastare, i flussi di disperati. Però facciamo ancora troppo poco. Ai disgraziati in arrivo andrebbero anche garantite  delle quote di occupazione; a danno dei connazionali, par di capire, ma per un radicale non è mica un problema: è la competitività, dolcezza!  La loro ricetta consiste nella regolarizzazione degli sfruttati importati così da metterli in competizione con quelli indigeni. In pratica, si tratterebbe di inverare alla lettera le funeste predizioni di Marx sulla guerra tra poveri tipica della fase finale del capitalismo: assicurare un esercito di  manovalanza disposta a tutto per tacitare le rivendicazioni delle masse dei già ‘impiegati’ a cui, nel contempo, sottrarre i diritti acquisiti. Ergo, mettere i servi della gleba in competizione fra loro onde persuaderli a lavorare a condizioni sempre più dure.  Alla fine, la Bonino ci spiega che i radicali-clap-clap hanno già, con opuscolo a parte, denunciato le otto piccole bufale dello storytelling sull’immigrazione, ma nessuno gli ha dato ascolto. È vero, eravamo tutti troppo impegnati a sorbirci l’unica bufala grande. La loro.

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