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Dea Salus

Ai tempi rabbiosi della Rivoluzione francese, nel periodo più nero, quello funestato dai massacri, gli uomini inventarono una nuova credenza e una Dea a cui votarsi: la Ragione. Oggi sta accadendo qualcosa di simile. Perso (o addirittura morto) Dio ci hanno imposto, alla buon’ora, un surrogato: la Dea Salute. Le isterie di questi giorni, la litania quotidiana degli asintomatici, la conta ossessiva dei ricoverati, il paradossale e malcelato sollievo con cui i conduttori sillabano l’aumento delle terapie intensive e dei morti sono le scansioni liturgiche di un nuovo culto.

La salute è sempre stata importante, da che mondo è mondo e da che uomo è uomo. In fondo, è il presupposto stesso di ogni altro piacere, di ogni altro interesse, di ogni altro conseguimento. E, tuttavia, era sempre rimasta relegata al suo posto. E il suo posto era quello di “pre-condizione”. La salute è importante – o “l’importante è la salute” come dicevano i nostri nonni – perché senza di essa poco altro ci è consentito. Ma la salute era pur sempre uno strumento e non uno scopo, un punto di partenza e non una destinazione. Un mezzo e non un fine.

Oggi, invece, la Salute è il termine di paragone primo e ultimo della nostra esistenza. È come se il Covid ci avesse improvvisamente risvegliati a una nuova, inattesa epifania del divino. Nel modo stesso, compunto e cerimonioso, con cui i “sacerdoti” catodici ci richiamano al dovere etico di adorarla c’è tanta “religiosità” quanta non ne abbiamo vista, e ascoltata, nell’ultimo decennio, dagli uomini di Chiesa

Ciò giustifica, ovviamente, anche l’enormità delle misure adottate, e degli olocausti rituali: dal “confino” per i malati al mascheramento tra le mura domestiche. Ora, però, si impone una domanda: a che pro? Supponiamo pure sia giusto genuflettersi alla Dea Salute come i parigini si prostravano alla Dea Ragione. E poniamo anche sia tollerabile un mondo in cui i contatti umani sono temporaneamente soppressi, i volti momentaneamente celati, li discorsi dissidenti (e il diritto a pronunciarli) silenziati a tempo indeterminato. Cosa ci rimarrebbe poi, una volta passata la buriana? In termini di essenza della vita, di significato dell’esistere, di orizzonte di senso? Il nulla.

Anzi, no: la “Crescita” economica. Cioè, ancora una volta, il nulla. Torneremo a vivere in una società – più precisamente in una “civiltà” – in cui la sola missione, individuale e collettiva, è quella di implementare la ripresa per incrementare il PIL. Una civiltà inaridita, materializzata, prosciugata di ogni velleità spirituale e di qualsiasi “spinta” trascendente. Il virus più pericoloso, in altre parole, non è la fuori, ma dentro di noi. E non circola nel nostro organismo, ma nella nostra anima.

E se ne volete la controprova, chiedete a bruciapelo a uno qualsiasi dei leader, degli opinionisti, dei virologi che infettano gli schermi dei nostri televisori: perché? Perché siete così ossessionati dalla salute? Cosa c’è di oltre, di altro, di “alto” in grado di dare slancio, verticalità, centratura alle nostre, alle vostre, vite? Dopo qualche imbarazzo, torneranno a parlarvi della Dea Salute. O della Crescita.

C’è da capirli, se persino il sommo pontefice, nella sua ultima enciclica – così simile a un’agenda “green new deal” – sembra parlare di tutto tranne che di Dio e di fede. Ciascuno di noi, in ogni caso, dovrebbe porsi i quesiti di cui sopra. Per scoprire magari con sollievo – è ancora possibile, dopotutto – di non essere stato infettato da un morbo più pericoloso persino del più pericoloso tra i virus.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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