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ESCAPE FROMM FREEDOM

ESCAPESu youtube trovate una interessante intervista a Erich Fromm, uno degli esponenti più originali della Scuola di Francoforte, rilasciata poche settimane prima della sua morte avvenuta nel 1980. La clip è significativa perché ci offre delle chiavi di lettura buone a decifrare il presente. A un certo punto Fromm racconta come nacque una delle piste di riflessione su cui poi egli ebbe ad applicarsi con successo negli anni del suo impegno intellettuale. Da giovane fu sconvolto da due episodi, uno appartenente alla cronaca minuscola e nera di una storia di provincia, l’altro alla vicenda maiuscola, e nerissima, della prima guerra mondiale. Nel primo caso si trattava di una ragazza, di cui il nostro si era perdutamente innamorato, che, angariata da un padre padrone, alla morte di questo si suicidò lasciando un messaggio dove chiedeva di essere seppellita proprio vicino all’orco. Nel secondo caso, l’autore rimase atterrito di fronte alle modalità della carneficina diabolica immolante milioni di innocenti nelle trincee-carnaio della Grande Guerra. In entrambe le situazioni la sua domanda fu: perché? Perché masse sconfinate di persone si sono sbudellate a vicenda quando la stragrande maggioranza di esse non aveva alcun particolare motivo di odio nei confronti di chi cadeva squartato dalle lance delle rispettive baionette? E perché la vittima di una vita di soprusi mette fine alla propria esistenza proprio quando viene meno la mano responsabile delle angherie cui è stata sottoposta? Dai citati quesiti, Fromm ricavò il materiale per la sua prima grande opera, Escape from freedom, fuga dalla libertà. E la sua risposta fu che l’uomo ha il terrore di scoprirsi davvero libero, perché la libertà implica responsabilità, necessità di misurarsi con il peso e la paura delle scelte. Molto meglio, perciò, una schiavitù pilotata garante di una sopravvivenza accettabile, piuttosto che una liberazione foriera di dubbi e di problemi, ma anche di soluzioni. In questo senso, la nostra epoca è l’inveramento finale delle profetiche parole di Fromm. Il modo in cui il mondo va organizzandosi, secondo una logica imperiale dove vengono globalizzate la povertà, la precarietà, l’ingiustizia, e liofilizzate la democrazia, la partecipazione, la sovranità popolare, è l’applicazione su vasta scala del più mastodontico esodo dalla libertà di tutta la storia umana. È come se, in un corto circuito masochistico, la libido di dominio di pochissimi sfacciatamente potenti e ricchi incontrasse il piacere di servire di tutti gli altri. Del resto, ogni rapporto patologico contemplante una vittima e un carnefice (e questa è psicologia spicciola) si regge su una perversa, reciproca soddisfazione. Quindi, Fromm non aveva solo visto giusto, aveva probabilmente individuato una legge del divenire storico ancora più potente di quelle elicitate da Engels e dal suo compare. Più potente, e forse invincibile, perché estranea persino al quel principio dialettico per cui a ogni tesi si contrappone un’antitesi. Forse questa è la tesi che non ammette antitesi, ma è una prospettiva troppo tetra anche solo per pensarci, e quindi conviene fingere che Fromm si sia sbagliato.

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