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JE NE SUIS PAS COJON

 

cojonAllora, facciamo per un attimo rewind. Ci sono questi due balordi, border line, cresciuti nelle banlieue parigine a pane e jihad, che entrano in una redazione con la lucida memoria visiva di un mnemonista rinascimentale, chiamando per nome e cognome ciascuna vittima ed eliminandola, per poi uscire freddando con un colpo al cranio, da killer professionisti, il poliziotto moribondo, requisire un auto e, essendosi portati la carta d’identità da casa… Ripetiamolo insieme dieci volte: essendosi portati la carta d’identità da casa. Okay, adesso dovremmo essere disipnotizzati che basta. Fosse un film thriller, usciremmo facendoci restituire il biglietto o, al massimo, aspetteremmo cinque minuti per accertarci che non si tratti di una commedia trash. Ma la farsa non è finita. I cialtroni si dimenticano in macchina il documento. Ripetiamolo insieme dieci volte (perché, magari, nel frattempo, qualcuno ha acceso la tivù): i cialtroni si dimenticano in macchina il documento… È questa la chiave di volta di tutta la faccenda che consente, in poche ore, l’arrivo della più torrenziale cavalleria della storia data per ovvia e scontata dai media: ottantottomila tra gendarmi francesi, teste di cuoio, reparti speciali braccano i due geni della lampada. I quali, anziché infilarsi una parrucca e perdersi nei meandri della tentacolare metropoli come farebbe qualsiasi essere umano col quoziente intellettivo di un macaco, si danno alla macchia in una sorta  di City Sightseeingtour su e giù per i declivi della Piccardia. Intanto, il complice prima uccide una poliziotta e poi va all’arrembaggio di un supermarket come un fuori di testa qualsiasi in preda a impulsi omicidi-suicidi. By the way, i due fratelli Pirly, o Pirlà se preferite, dopo aver inneggiato ad Allah fuori dalla redazione del giornale (a scanso di equivoci sulla matrice dell’attentato), rubano un’auto a Montagny-Sainte-Félicité, nel dipartimento dell’Oise e, incrociando un passante, si raccomandano come gli orchi o le fate nella favole della buona notte: “Se qualcuno ti farà domande, tu dì che siamo esponenti di al-Qaeda dello Yemen”. Quindi partono i fuochi d’artificio. L’amico Coulibaly chiama un’emittente tv francese, la Bfm, per chiarire un fatto che, altrimenti, poteva restare oscuro e cioè che lavora in tandem coi  fratelli Kessler del Califfo, ma lui è dell’Isis, gli altri di Al Qaeda (così abbiamo il dream team del terrore). A questo punto del movie, fosse un movie, vi stareste rotolando per terra dalle risate rosolandovi con coca cola e pop corn e avreste deciso di tenervi il biglietto perché di comici così non ne facevano dai tempi di Totò. Ma deve ancora arrivare il meglio. Le quasi novantamila unità d’elite mobilitate (trentamila soldiers per ciascun sicario, a cui Superman e i Magnifici Quattro gli fanno una pippa), una volta localizzati i due, anziché tirare una bombetta soporifera da cartoleria di paese, anziché addormentarli  con un proiettile da elefante, anziché friggerli con la famigerata elettropistola Taser (indisponibile perché sotto carica) in modo da averli vivi e poterli interrogare e processare, crivellano di colpi gli stragisti. Costoro, per facilitargli il compito, escono sparacchiando come Paul Newman e Robert Redford in Butch Cassidy & Sundance Kid. Così non potranno più smentire o confermare o rivelare alcunché. A prescindere da tutto, ammazzarli è stata davvero l’idea del millennio. L’amico sottosviluppato, che c’è sempre in ogni compagnia e bazzica molti  salotti televisivi, a sentire i commenti dei super esperti di questi giorni, vi ammonirebbe: avevano già confessato in diretta alla Bfm! Ah giusto, hai ragione. Ma è mai possibile che digeriamo questa trama? Certo che è possibile perché, negli ultimi quarant’anni, ci hanno somministrato storie ben più assurde. Infilate come perline, eccone alcune: abbiamo creduto che uno spirito si manifestasse a un futuro campione della politica nazionale, tal Romano Prodi, per sussurrargli il nome della via Gradoli, prigione di  Aldo Moro, abbiamo creduto nella coincidenza per cui decine degli appartamenti del condominio dove lo statista DC era sequestrato appartenessero ai servizi segreti, abbiamo creduto a tutte le incongruenze monumentali dell’11 settembre, abbiamo creduto che la guerra in Irak fosse sacrosanta perché Saddam teneva le armi di distruzione di massa, abbiamo creduto a Madeleine Albright, segretario di stato Usa, quando dichiarava che la morte di cinquecentomila bambini iracheni per l’embargo U.s.a. era un prezzo accettabile, abbiamo creduto  giusto e logico che il corpo di Saddam (il pericolo pubblico numero uno dell’evo moderno), ‘provvidenzialmente’ ucciso, venisse disperso negli oceani con un funerale islamico a bordo di una portaerei  yankee. Ecco il punto di non ritorno, quello in cui, da qualche parte, si è capito che siamo talmente fessi, ma talmente fessi e così manipolabili da bere praticamente qualsiasi panzana se ripetuta a batteria da un coro di emittenti sufficientemente servili o asservite a sufficienza. Urge un appello alla dignità intellettuale e all’intelligenza dignitosa di ciascuno di noi, quella che faceva dire alle maestre di una volta, con sguardo ammonitore: ricordati di pensare con la tua testa. Cosa deve fare chi rifiuta di farsi lavare i neuroni come un docile ‘benpensante’?  Intanto, rispondere piatto a chiunque gli chieda un’opinione sulla strage di Parigi: non ne penso nulla perché non credo a un solo frame di ciò che mi hanno raccontato. Alleluja! Sarebbe nato un nuovo piccolo scettico radicale, il radicale libero che, unito a tutti gli altri, manderebbe in frantumi la cellula di menzogne, anzi la bolla di balle, in cui siamo premurosamente coltivati. Ma allora chi l’avrebbe architettato e perché? La risposta del cittadino scettico non sarebbe quella ‘sbagliata’ (da complottista della domenica), ma quella giusta: non so chi l’ha architettato (che non significa ‘fatto’), ma non credo alla versione mediatica più di quanto creda alla calza della befana. Ora, nell’attesa che piccoli scettici crescano, altri interrogativi premono: cosa produrrà questo show? Semplice: l’ennesimo macroscopico, gelatinoso, tentacolare etat d’esprit, cioè un ‘complesso stato mentale comprendente posizioni ideologiche, politiche, emotive, valoriali implicanti la disposizione a comportarsi in un certo modo’. Quello che è accaduto a Parigi, al pari delle twin towers, di Madrid 2004, di Londra 2005, è nient’altro che un interruttore psichico capace di far switchare in contemporanea la mente e i sentimenti di milioni di persone su una serie di frequenze non ancora ‘frequentate’ abbastanza da farsi massa critica: la recrudescenza della linea di faglia Occidente-Islam (sostitutivo della dicotomia letale USA-URSS che tormentò i sonni dei nostri padri), la necessità di una compenetrazione tra i servizi di Intelligence a discapito di privacy e libertà, il dovere di una maggiore integrazione europea a tutti i livelli a buon pro degli autokrati di Bruxelles perchè ‘contro il terrore ci si difende solo insieme’. In definitiva la sintesi hegeliana della dialettica ‘buoni-cattivi’ cioè paura, controllo, sottomissione. Questi i temi caldi dei mesi a venire  in grado di pascolare  un gregge ‘consenziente’ alla greppia di obiettivi funzionali all’etat d’esprit fermentato nel sangue dei morti parigini. Per chi non voglia rendersene vittima, partecipe o complice resta solo uno scetticismo estremo, sfrontato e disincantato al grido di:  je ne suis pas cojon.

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