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PER QUEST’ANNO NON CAMBIARE

SPIAGGIAPensierini per l’anno nuovo, anzi impegni, come d’uso. Però questo giro, almeno, cambiamo verso. Impegniamoci solennemente a non cambiare niente o, almeno, a non cambiare tutto. Teniamoci qualcosa di vecchio e non cambiamolo affatto: una nicchia, uno spazio, una riserva indiana del nostro tempo personale o delle nostre conoscenze, delle cose materiali o delle risorse immateriali, degli apparecchi tecnologici o degli animali da compagnia. Teniamoli così come sono. Facciamo la rivoluzione della manutenzione, la più letale per il Sistema: boicottiamo il cambiamento. Perché mai? In fondo, il cambiamento è il motore della vita, la natura della natura, l’irriducibile cifra dell’esperienza umana. Vero, ma non il cambiamento compulsivo e paranoico della nostra sbilenca civiltà. Oltre una certa soglia, il cambiamento uccide o, quantomeno, dà il mal di mare. Alzate l’asticella dei cambiamenti di un grado alla volta e, a un certo punto, ne avrete ottenuti così tanti e tanto frequenti da mandare in tilt anche la più sofisticata delle macchine: il nostro cervello. Così, oggi, la matrice governa l’uomo: semplicemente lo ubriaca di mutamenti in maniera compulsiva e feroce. Tutto cambia a un ritmo così frenetico da trasformare le vittime del gioco in robottini paranoici sempre tesi ad agganciare, insieme alla ripresa, il prossimo giro di valzer, per paura di restare indietro. Tutto cambia alla velocità della luce: dagli interfaccia degli smartphone alle app nei palmari, dai cassieri nelle banche alle banche nei quartieri, dai bar sottocasa alle birrerie giù all’angolo, dai lavori precari ai coniugi provvisori, dagli amici episodici ai compagni intermittenti. Auto, stili di vita, sport, lavoro, passatempi, case, consulenti, religioni, credenze, valori, persino il sesso, se capita. Basta che si cambi perché cambiare non è più un diritto, è un dovere. Alcuni cambiamenti sono involontari, semplici appendici semoventi del mostro tritatutto, ma tanti altri no. Perché rinnovare ogni pochi mesi la schermata di un sito funzionante? Perché riprogettare da subito il modello di un portatile appena uscito? Perché spostare la sede di un qualcosa da qui a lì o assegnare l’esperienza di un qualcuno da un lavoro noto a un impiego sconosciuto? Perché limare la sagoma di una presa elettrica per adattarla a un buco differente? Al netto degli spostamenti inevitabili, dovuti a senescenza naturale, la gran parte di essi ha un solo scopo: renderci malfermi, insicuri, impauriti. Le microfratture nervose da stress provocate dalle novità sono un toccasana del carattere se patite nella giusta quantità: ci fanno uscire dalla zona di confort e crescere e diventare persone migliori. Ma se le crepe nel guscio dell’identità si diramano a gogò e ne frammentano la superficie a dismisura, il calcare si sbriciola e l’uovo si spappola, la ‘massa’ individuale si sfalda e quella collettiva di adegua. E non c’è massa più facilmente dominabile della massa disorientata. Ecco l’imperativo dell’Evo competitivo: non dobbiamo abituarci mai a nulla. L’abitudine sana e naturale che rendeva docili e pilotabili le vite dei nostri nonni, fatte di cose semplici (che a rammentarle ci sgorga ancora la lacrima) sono bandite in eterno. Non solo perché il progresso è inarrestabile e la tecnologia sempre gravida di news. C’è anche un aspetto perverso, e perversamente studiato, nel modo in cui un fenomeno inevitabile quale il cambiamento, è divenuto una somma di variabili ingestibili, funzionale alla manipolazione dei fattori. Noi siamo i fattori di questa operazione, i segmenti traballanti del disegno. Che, poi, dietro il disegno ci sia una matita e dietro la matita una mano e dietro la mano una mente, poco importa. I meccanismi di fanatica riproduzione della complessità non necessitano di registi occulti, si strutturano da sé, per inerzia. Si articolano in processi semicoscienti in cui il gomitolo di opzioni è così intricato e vasto e spesso da tramutarsi in una creatura bilanciata e sbilanciante che fagocita il casino delle vittime e lo riplasma in ordine per sé, che esige sacrifici e passività dai suoi membri per alimentare di energia e attività le proprie membra. Oggi, la matrice pretende quel tourbillon manicomiale di cambiamenti che fa arrivare la gente a sera suonata come un gong. Torniamo al Capodanno e, per quest’anno, scegliamo di non cambiare almeno qualcosa della nostra vita. Anche di modico o insignificante. Fosse pure un cellulare old style o una berlina dal leasing esaurito, un software del decrepito pc o un secolare gestore telefonico, lo sport fuori moda dei figli o la povera bestiola d’affezione, il tablet smaccato e consunto o le statuine monche del presepe. Qualunque roba va bene, purché sia una cosa, un’abitudine o una dimensione meritevoli dell’epiteto di vecchie. Salviamole, teniamocele, conserviamole, non buttiamole. Anche se minuscola, la miccia d’innesco del non cambiamento non va sottovalutata perché si replica, ben presto, in plurimi semi di stabilità rivoluzionaria, e si propaga per imitazione gemmando altri cocciuti guerrieri antisistema, i Neo più temuti dalla matrix: gente posata, padrona del proprio tempo, che va lenta anziché veloce, cammina anziché correre, consuma idee anzichè cose, cambia quando lo desidera e non desidera solo cambiare. Può nascere un’era nuova da una scelta (apparentemente vecchia) di renitenza alla leva del cambio, di diserzione allo psicolabile bisogno di ‘riforme’ che ci ha contagiati tutti come un virus. Stasera, davanti alla tele, ascoltando i discorsi di rito, appena un politico pronuncia la parola cambiamento o riforme facciamoci una grassa risata assaporando il nostro ribelle contagioso slogan: sorry, we do not want to change. No, grazie, non vogliamo cambiare. Noi restiamo qui, manteniamo la posizione, ci teniamo la vita.

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