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VITA CRUCIS

crucisDurante la terribile vicenda di Dj Fabo, tra miliardi di commenti, ci ha colpito quello di un alto prelato il quale, nel modo a volte obliquo e peloso con cui dicono/non dicono le cose i vertici della curia, suggeriva a tutti di darsi una calmata. Della serie: frenate la macchina della morte, fate marcia indietro e riportate quel ragazzo a casa, dalla sua famiglia. Il presule affermava che il problema non era la condizione disumana a cui era ridotta la vittima, ma l’incapacità delle nostre comunità di darle amore e affetto. Quindi, egli escludeva a priori la possibilità di prendere in benché minima considerazione il diritto di morire e invocava invece l’obbligo di vivere trasferendone tutto il peso, apparentemente, dalle spalle dello sventurato tetraplegico non vedente pietrificato su un giaciglio a quelle del suo prossimo. Insomma, argomentava il religioso, se tutti fossimo un po’ più attenti alle sofferenze di chi ci sta accanto, se ci spendessimo in una presenza affettuosa e cristianamente tesa ad alleviarne i dolori, certi problemi non si porrebbero neppure.  Ora, non dubitiamo dell’impostazione teologicamente corretta di questa subordinazione a oltranza alla vita purchessia. Essa discende  da una ‘linea della fermezza’ di rispetto a prescindere per un dono – l’esistenza – che non ci siamo dati, ma ci è stato dato. In quanto tale, il dono è indisponibile per definizione: la vita la può togliere solo il creatore, non la creatura che ne ha beneficiato. Eppure, al netto del doveroso riguardo per le granitiche certezze di ogni Credo e per i valori non negoziabili da esse scaturenti, ci chiediamo se si tratti di una posizione davvero cristiana. Se, almeno in questo caso, il verbo di un rappresentante di Cristo non confligga irrimediabilmente con il Verbo rappresentato da Cristo.  Chiedersi cosa avrebbe fatto Gesù, in una situazione consimile, è un esercizio retorico inutile? Forse no. Forse, a molti dei commentatori del caso Fabo, è mancata l’immaginazione, la comprensione del grado supremamente ‘infernale’ in cui la coscienza di quell’uomo era precipitata. Si è detto della sua estrema e irriducibile volontà di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera. Ma è stato davvero un suicidio? O non, piuttosto, una nascita, una ri-nascita, una resurrezione dalla morte? In questo senso, è più cristiana la scelta di stare cristianamente vicino a una persona in quelle condizioni o quella di assecondarne il desiderio di uscire dalla sua tomba di carne, dalla sua condizione di sepolto vivo? Dopotutto, persino il Cristo di cui quel vescovo è vicario, o simil tale, ha accettato di farsi carico di un’agonia concentrata nel tempo. La smisurata e scandalosa diversità della fede evangelica sta proprio in un Dio non asceso, ma disceso nel tartaro della condizione umana. Una geenna di cui Egli ha sperimentato i non tollerabili dolori; sì, ma per quanto tempo? Di lì a tre giorni è risorto. Al protagonista della recente vicenda di cronaca si chiedeva un sacrificio di sé superiore alle forze di un Dio. In conclusione, può essere definito suicidio (assistito) un gesto motivato dall’amore per la vita?

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