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IL FISCHIETTO DOVE LO METTO?

fischiaÈ stata approvata le legge sul whistleblowing all’unanimità, cioè da tutti i parlamentari, nessuno escluso (o quasi), ed è stata salutata con soddisfazione da tutti i media, nessuno escluso (o quasi). Già questo ci mette addosso un’inquietudine pazzesca. Quando poi scopriamo che questa stessa legge era stata caldeggiata dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, nel 2003, e dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla corruzione, ci coglie un mezzo attacco di panico. Tutto quanto propala dalle Centrali di Comando del Futuro Ordine Mondiale va guardato con sospetto. A maggior ragione se una classe politica come l’attuale ne ratifica i contenuti attraverso l’imprimatur parlamentare. Se infine, ci mette il suo cappello Laura Boldrini con un tweet (“approvata la legge che tutela chi segnala reati. È importante passo avanti nella lotta all’#illegalità e per #trasparenza”) allora cominciamo già a sentire il tintinnar di manette. Ma cos’è il whistleblowing? Tradotto dall’inglese, significa più o meno ‘il suonatore nel fischietto’. È una legge “di tutela”, ci dicono (rileggere il tweet della Boldrini per credere). E tutte le fonti di informazione disponibili ce l’hanno venduta proprio così: una legge che “tutela il lavoratore”. Fantastico! In un paese dove destra e sinistra, da oltre un decennio, fanno a gara per demansionarlo, squalificarlo, intimidirlo, l’approvazione di una norma “a tutela del lavoratore” è davvero una notizia. Ma come mai? Non vi ‘suona’ strano (tanto per restare alla metafora del fischietto)? Perché hanno deciso di tutelare il lavoratore se – per loro, democratici in primis ovviamente,   –  il lavoratore (il proletario di un tempo) è una mera appendice del PIL? La spiegazione sta nella distorsione (linguistica). Tutti mettono l’accento sull’aspetto secondario del provvedimento, vale a dire, appunto, la ‘protezione’ di chi denuncia anonimamente un presunto illecito e non invece su quello primario: lo sdoganamento ‘legale’ della soffiata, con la garanzia dell’anonimato. È un invito a ‘fare la spia’ senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Della serie: raccontaci pure tutto, bisbigliaci in un orecchio i ‘peccati’ del prossimo tuo e poi rilassati, ci pensiamo noi; tu stai sereno come nel confessionale foderato di velluto rosso del Grande Fratello. I media si sono ben guardati dall’evidenziare un altro aspetto ignobile di questa incivile porcata: facendo strame di secoli di cultura giuridica (in un paese che, della cultura giuridica, è la culla) si inverte l’onere della prova. Spetterà a colui che è ‘attenzionato’ dimostrare la propria estraneità ai fatti, e non il contrario. Proprio come nei processi alle streghe di medievale memoria. Ergo, in un contesto in cui il Sistema già ausculta da mane a sera ogni borborigmo della nostra violata intimità, e fruga negli interstizi privati con tecnologico puntiglio, ora abbiamo anche l’istituzionalizzazione della ‘confidenza’ anonima. Ed è solo l’inizio, sia ben chiaro. È la classica norma ‘pilota’ messa lì per vedere l’effetto che fa. In caso di applausi, la replicheranno in serie. E un bel giorno, come nell’incipit del ‘Processo’ di Kafka, a ciascuno potrà toccare la sorte del Signor K.: “Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato”.

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