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La trappola mortale della moneta fiscale

Un recente pezzo di Stefano Sylos Labini e Biagio Bossone pubblicato su Micromega si esercita sulla questione “Euro sì, euro no” che è poi il tema dei temi del primo ventennio di questo secolo. I due autori rilanciano una modo alternativo (quello della cosiddetta “moneta fiscale”) per uscire dal pantano in cui ci hanno cacciato i paletti e le “regole” di Maastricht e Lisbona. I certificati di credito (o di compensazione) fiscale vennero proposti inizialmente con un Manifesto del 2014 a firma, tra gli altri, degli stessi  Bossone e Sylos Labini. Quel progetto si è ora trasformato in una proposta di legge (C2075) presentata alla Camera da due deputati 5Stelle, Cabras e Trano.

Il disegno ha lo scopo di sottrarci al giogo soffocante di quel micidiale sistema di cambi fissi irrevocabili noto con il nome di euro, restituendoci –  per vie traverse e in modo surrettizio, ma legale –  il potere di stampare moneta. Un format elegante ed efficace al tempo stesso. Infatti, esso permetterebbe allo Stato di immettere nuova liquidità a beneficio dei cittadini sotto forma di titoli di sconto sulle future imposte. I titoli non sarebbero “spendibili” in sede di dichiarazione dei redditi prima di qualche anno, ma nel frattempo potrebbero tranquillamente passare di mano in mano come una specie di moneta alternativa. Il minor gettito futuro per l’erario sarebbe ultra-compensato dall’aumento del PIL conseguente alla circolazione dei certificati medesimi. Una soluzione inattaccabile sul piano giuridico. Non si tratterebbe, infatti, di moneta a corso legale in concorrenza con l’euro (e quindi in violazione dell’articolo 128 del TFUE) proprio perché strumento di natura fiscale. I titoli non sarebbero neppure considerabili alla stregua di nuovo debito perché lo Stato non si assumerebbe l’obbligo di rimborsare in euro i relativi certificati (ma solo di accettarli a saldo delle imposte). Infine, vi sarebbe anche la garanzia di accettazione fiduciaria reciproca da parte dei consociati i quali non avrebbero alcun motivo di rifiutare uno mezzo di scambio valido, per definizione, a pagare le tasse.

Tutto bene? Fino a un certo punto. Infatti, questa e altre consimili strategie rischiano di rivelarsi controproducenti se impiegate con “cattive intenzioni”. Nel senso, cioè, di spalmare un balsamo provvidenziale  sulla piaga purulenta di un corpo malmesso (la nostra democrazia nazionale), facendoci perdere di vista l’esito comunque letale cui quel corpo è destinato. Ci spieghiamo meglio.

Che la moneta fiscale sia un astuto stratagemma per aggirare i cogenti divieti dei trattati, in materia monetaria, è evident. Da questo punto di vista, potrebbe davvero funzionare. E quindi rinvigorire un’economia asfittica, implementare la crescita, rilanciare l’occupazione. In ultima analisi, persino portare a una progressiva riduzione del rapporto debito/PIL, che è poi la nostra palla al piede più pesante. Ma poi? Qual è lo step successivo? Dove pensano di approdare i promotori di tali meritorie iniziative? Perché le strade sono sempre e solo due: andare gradualmente avanti sulla strada della unificazione; oppure tornare lentamente indietro recuperando l’originaria indipendenza repubblicana.

Ecco, sotto questo aspetto l’articolo di Sylos Labini e Biagio Bossone è tutt’altro che tranquillizzante. Il suo titolo, infatti, suona così: “L’Italia e l’euro: solo SuperMario può trovare la quadra”. Gli autori individuano – udite, udite – in Mario Draghi l’uomo giusto per farsi carico della svolta salvifica: “La guida di Draghi sarebbe garanzia di riuscita di quello che il programma di Moneta fiscale può realizzare: permettere all’Italia di tornare a crescere e agli italiani di tornare a credere in un futuro migliore”.

Capite bene che qualcosa non torna. E non ci riferiamo al pregevolissimo escamotage della moneta fiscale in sé; ma al fatto che possa essere usato per consegnarci definitivamente, e irrimediabilmente, all’euro e all’Unione europea. In realtà, il nostro primo, e vero, problema non è la crescita. È, piuttosto, l’autentica “emergenza democratica” in cui versa l’Italia; da quando una serie di strappi costituzionali successivi, e sempre più laceranti, l’ha tradotta in ceppi lungo una via crucis con capolinea “Stati Uniti d’Europa”.

Illuderci che il nostro obbiettivo sia soltanto quello di “tornare a crescere” – nel pieno rispetto dei trattati – significa ignorare la catastrofe abbattutasi sul nostro Paese nell’arco di un trentennio. E sì che ci hanno messi sull’avviso in tutti i modi possibili e da ogni pulpito, non solo economico: accademico, giuridico, filosofico, politico. Lo storico Alessandro Barbero ha, di recente, lanciato l’ennesimo allarme: “Io non sono sicuro che l’Europa sia democratica come i singoli Stati che ne fanno parte”. L’insigne giurista Giuseppe Guarino aveva scritto, in tempi non sospetti: “Il 01.01.99 è stato effettuato un colpo di stato con fraudolenta astuzia”. Il filosofo Jurgen Habermas definì la caduta di Berlusconi del 2011 “a quiet coup d’etat” (un tranquillo colpo di stato). Ce lo hanno detto da destra e da sinistra. Così si espresse l’ex ministro Orlando parlando della approvazione del Fiscal Compact: “I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto”. Mentre il leghista Massimo Garavaglia denunciò il brutale ricatto di due ispettori della BCE nell’imminenza della nomina di Monti:  “Se voi non sosterrete il governo Monti, noi non compriamo i vostri titoli per due mesi e voi andate in fallimento”. Ce lo ha ricordato persino un “esperto in materia”, Vladimir Bukovskij, dissidente di una dittatura conclamata e “certificata” come l’U.R.S.S.: “Lo scopo ultimo dell’Unione Sovietica era quello di creare una nuova entità storica, il popolo sovietico, in tutto il mondo. Lo stesso vale per l’UE oggi. Stanno cercando di creare un nuovo popolo. Chiamano questo popolo ‘europei’, qualunque cosa questo significhi”.

Per concludere, i certificati di credito fiscale sono un ottimo strumento, ma solo laddove impiegato come primo passo di una lunga marcia di “redenzione”, emancipazione e recupero della sovranità smarrita. In caso contrario – laddove sfruttato per oliare gli ingranaggi farraginosi dell’euro –  esso potrebbe addirittura rivelarsi come l’ultima rondella per inchiavardare definitivamente le sbarre della prigione. L’alternativa, si badi bene, non è uscire subito dalla gabbia dell’Unione, ma organizzare un ragionato processo di “de-escalation” progressiva. Grazie al quale ritornare sul sentiero della nostra perduta libertà: per gradi e in virtù di una “riappropriazione collettiva” delle competenze esclusive sottratte allo Stato.

Oggi, per la prima volta dal secondo dopoguerra, siamo noi – e non qualche colonia del terzo mondo – a dover a gran voce invocare  il principio di autodeterminazione dei popoli consacrato nella Carta delle Nazioni Unite. Ergo, paradossalmente, persino strategie oculate e innovative come la moneta fiscale possono tramutarsi in un autogol. Non perché sbagliate di per se stesse, ma per il motivo opposto. Sono assolutamente “giuste”. Talmente  giuste da  poter essere manovrate con successo persino dai più ferventi europeisti. Se non stiamo attenti, ci serviranno solo per vivere più comodamente da servi.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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