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MISTER SCHMITT

smithCarl Schmitt è stato un filosofo della politica e del diritto, uno dei più insigni del ventesimo secolo, il più grande probabilmente, insieme a Hans Kelsen, Hannah Arendt e John Rawls. Solo che, a differenza di questi ultimi, sconta certe cattive frequentazioni ideologiche e un’anima ‘nera’ a torto o a ragione attribuitagli. Tuttavia, proprio come qualche altro gigante del pensiero novecentesco (Heidegger su tutti) va giudicato, e recuperato – se è consentito – per certi attualissimi contenuti della sua produzione intellettuale. In particolare, quelli che riguardano la concezione di ‘politica’. Secondo Schmitt, ogni categoria umana è contrassegnata da una dicotomia, cioè da una scissione profonda, da un discrimine tra due aspetti del vivere di cui quella categoria si occupa e senza i quali essa perderebbe la sua stessa ragion d’essere. Per esempio, l’estetica si applica al bello e al brutto, l’economia al conveniente e allo svantaggioso, l’etica al buono e al cattivo. E la politica? La politica riguarda l’amico e il nemico, secondo Schmitt. La sua cifra si giustifica in virtù di una contrapposizione tra ‘noi’ e ‘loro’, tra gli appartenenti a una polis  e coloro che la insidiano: gli altri, gli ostili, gli estranei. Per Schmitt, non c’è politica senza la dialettica amico-nemico. Da ciò discendono, come inevitabili corollari, la possibilità della guerra, ma anche quella della pace, l’ineluttabilità dei confini, la necessità delle divisioni: tra Stati, tra Popoli, tra Terre. Poiché la politica non è l’estetica e neppure la morale, essa non va inquinata con valutazioni che pertengono a campi che non sono suoi. Per dire, tra amici e nemici non esistono le mitiche ‘guerre giuste’ oggi tanto di moda, ma solo le guerre; guerre e basta tra nemici che, reciprocamente, si combattono e combattendosi si legittimano. Insomma, non si dà ‘politica’ a prescindere dall’idea di una potenziale conflittualità tra Stati sovrani. Stati che si riconoscono  a vicenda pur non trascurando la possibilità teorica di sfidarsi. Possono sembrare dei concetti brutali e machiavellici, ma quando ce ne allontaniamo, cosa se ne ottiene? La situazione odierna dove impera l’ipocrita vulgata corrente che ci obbliga a federarci sempre più rinunciando agli “egoismi locali”; dove la politica è stata snaturata della sua essenza e liquefatta in una generica e spasmodica corsa verso la Pace Globale di un Nuovo Ordine Mondiale. Fatta di proclami e di retorica. Una corsa che si lascia alle spalle le carcasse spolpate degli stati nazionali, le reti divelte dei confini ‘politici’, le esangui vestigia delle tradizioni regionali. Si allargano a macchia d’olio le aree di libero scambio, si consolida il potere di centrali, opache se non occulte, sovra-nazionali, si diffondono un unico linguaggio, un’unica cultura, dei mono-costumi sintetizzati nei laboratori televisivi e digitali  di chi davvero ‘possiede’ il mondo. Non è più possibile né un vero confronto né un vero dialogo se non esistono più vere posizioni in dialettica e simmetrica competizione: amiche e nemiche, per dirla con Schmitt. Rimane soltanto una Matrice Monarchica Mondiale, un Regno (totalitario per definizione) in cui il renitente non sarà più neppure un nemico (legittimo) da combattere, ma un corpo estraneo al Sistema da espellere/annientare con una bella Guerra Giusta. Così da trasformarci tutti in fratelli. Per condividere la medesima prigione.

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