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ROTTAMIAMO IL ROTTAMATORE

renziForse c’è speranza per il Pd, forse c’è speranza per l’Italia, forse c’è speranza per la politica. Matteo Renzi ha dichiarato, in occasione del raduno conclusivo della sua campagna elettorale: “Resterò segretario fino al 2021, sono le primarie a decidere il segretario del Pd”. Considerata l’ambigua frequentazione dell’uomo con il concetto di verità potrebbe succedere esattamente l’opposto. L’ultima volta che aveva detto il contrario (“Se perdo il referendum non è soltanto che vado a casa, smetto di far politica”) sappiamo com’è finita. Dunque, le elezioni odierne potrebbero rappresentare il colpo di grazia al renzismo. Il che non è una grandissima soddisfazione stante la pochezza del fenomeno, ma sarebbe quantomeno un premio di consolazione attesa l’enormità dei danni che esso ha prodotto; non solo e non tanto sul piano politico ed economico. Nonostante Renzi vanti risultati da Superenalotto (estrapolando con l’abilità del prestigiatore i dati Istat) ciò che è accaduto nei quattro anni di sua permanenza (in prima – o per interposta – persona) a Palazzo Chigi non va ascritto né a suo merito né a sua colpa. l’Italia va come deve andare a prescindere da chi la guida. Un governo nazionale incide sull’andamento del Paese quanto Oronzo Canà sulla panchina della Longobarda: deve limitarsi a non sforare i parametri del fiscal compact e allinearsi sistematicamente ai diktat franco-tedeschi sul piano internazionale. Credetemi, non è difficile. Qualsiasi passante fosse insediato nel cuore del cosiddetto potere (e ben vestito e infarinato con poche nozioni di massima) riuscirebbe a disimpegnarsi nel ruolo. È come pilotare un transatlantico ad autoguida digitale. Non ci vuole Einstein. Ed è anche il motivo per cui le elezioni odierne si palesano come sostanzialmente irrilevanti. Chiunque dovesse vincere ‘perdendo’ (di vincere vincendo, a quanto pare, non se ne parla) non dovrà far altro che mettersi al   timone della nave, indossare le cuffiette, decodificare gli ordini ed eseguirli. Ergo, non ci resta che confidare, se non altro, nel tramonto del renzismo. Il renzismo, in effetti, non segue Renzi, lo precede. È un singolare impasto di burbanza giovanilistica, vanitosa spacconeria, vacuità culturale e ideologica, dozzinale furbizia comunicativa germogliata sulle ceneri della prima repubblica. Morte e (sepolte) le due grandi famiglie politiche del Novecento e i partiti che, pur con i loro limiti congeniti e acquisiti, le avevano incarnate, sul terreno era rimasto un deserto di principi, valori, idee. Su quel nulla è fermentato quell’impasto puerile di niente (fatto di arrivismo, chiacchiera e distintivo) designabile, per comodità, come renzismo e su cui poi Renzi ha attecchito. Leggete l’ultimo libro di Andrea Scanzi (Renzusconi) e ne avrete un impareggiabile ritratto. Ergo, rivendichiamo oggi, nelle urne, il poco potere che ci resta e contribuiremo a sancirne la fine. Pensateci bene. Se Andreotti era il grande vecchio della Prima Repubblica, Renzi è il piccolo vecchio di quella successiva; è in politica da quasi venticinque anni, un quarto di secolo. Nell’era odierna, un’eternità. Politicamente, è un rottame del secolo breve: rottamiamolo.

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