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SLACCIATE LE CINTURE

check-inÈ reperibile su youtube un breve ma interessante intervento di Vittorio Sgarbi a proposito del maniacale livello raggiunto dal controllo sui passeggeri nei trasporti aerei. I viaggiatori sono costretti a esibire tre o quattro volte i documenti di identità, a passare ripetutamente sotto i metal detector, talora a spogliarsi dei soprabiti, se non degli abiti veri e propri, anche quando di metallico è rimasto solo un ponte interdentale, senza contare la strage di forcine e bottiglie d’acqua sequestrate “per la sicurezza dei voli”. Fateci caso: prima di allacciare le cinture dei sedili, dobbiamo sistematicamente slacciare quelle dei calzoni. Sgarbi denuncia la patente idiozia di un sistema siffatto, ai limiti dell’oltraggioso per chi si trovi, suo malgrado, a subirlo. Che il metodo sia apparentemente “idiota”, cioè concepito da una mente ossessivo-compulsiva più che da un cervello illuminato dalla razionalità, non vi sono dubbi: è eccessivo, pletorico, ridondante all’inverosimile, persino ridicolo sotto certi aspetti. Allora Sgarbi ha ragione? Sì e no. Ha ragione e torto nello stesso tempo. Ha ragione perché – allorquando  il consesso civile (o un suo settore quale il comparto aereonautico) è contaminato da forme di cretinismo patologico – la faccenda va denunciata all’istante. Ha torto perché la stupidità non è la vera cifra del fenomeno  o, meglio, lo è solo in parte. “Stupidi” sono magari gli esecutori materiali di certe prassi da ospedale psichiatrico, quindi tutta la cinghia di trasmissione che va dal passeggero all’inserviente all’agente al controllore al pilota. “Stupidi” in senso buono, s’intende, anche perché tutti abbiamo viaggiato o viaggeremo, prima o poi, a bordo di un aereo: “stupidi” nel senso di mentalmente pigri, ingenuamente fiduciosi, sistematicamente distratti dai fatti nostri giornalieri. Tuttavia, “stupida” non è la strategia di fondo della Matrice del Controllo. Essa non scaturisce da una materna premura nei nostri confronti (figurarsi cosa gliene frega, alla Matrice, della nostra salvaguardia). Non è neppure dettata dall’esigenza di “contrastare il terrorismo” o di “prevenire i dirottamenti”. Certo, queste sono le (condivisibili) motivazioni ufficiali. In realtà, la prassi pedante e invasiva dei check in dobbiamo leggerla anche, e soprattutto, come la prefigurazione di un futuro non troppo lontano. Le mortificanti verifiche cui ci sottoponiamo, fischiettando, nel recarci al gate di un imbarco le patiremo, tra non molto, nell’andare a lavoro, nel fare la spesa, in qualsiasi contesto quotidiano. Ergo, le misure sempre più strette che, per ora, ci toccano solo negli scali di ogni dove, diventeranno la regola. Servono per farci abituare al “concetto” che la restrizione progressiva dei nostri spazi di libertà è ineluttabile, onde ottenere da noi il docile assenso a una sottomissione totale, servile e vigilata. C’è un bel film di fantascienza appena uscito sugli schermi (‘What happened to Monday’)  che rende alla perfezione l’idea del punto d’approdo dove vogliono condurci, ad ogni costo. Se necessario, anche bomba su bomba, come cantava Venditti.

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