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UNA PRECE PER ALFIE

alfieDall’Inghilterra, patria dei diritti e della democrazia, della Magna Charta Libertatum e del Bill of rights, dell’habeas corpus e della gloriosa rivoluzione arrivano inquietanti segnali. E non sono affatto buoni per chi sia debole, vulnerabile, inerme tipo il Gesù Bambino dei presepi. Per la quarta volta nel volgere di un biennio un giudice (in questo caso, tal Justin Haiden) ha condannato a morte un essere umano ‘inutile’. Trattasi di un bimbo di due anni, Alfie Evans, afflitto da una rara patologia neurologica degenerativa. La macchina che lo tiene in vita per volontà provvisoria dei due genitori, Kate James e Tom Evans, deve essere spenta. L’episodio è sintomatico, cioè costituisce un sintomo della malattia da cui la nostra civiltà è afflitta: ce ne rivela i contorni, in tutta la sua sfacciata purulenza. Ed è una malattia (mortale e mortifera) assai peggiore di quella da cui è afflitto il misero Alfie. Proprio per questo la sentenza è ‘giusta’, cioè allineata allo spirito del tempo e quindi filosoficamente, prima che giuridicamente, impeccabile. Per indagarne meglio i contorni conviene soffermarsi sugli aggettivi con i quali il magistrato inglese – facendo seguito a una serie di analoghe pronunce di suo colleghi britannici ed europei – ha qualificato la vita del piccolo (‘inutile’) e l’eventuale scelta di conservarla anziché sopprimerla. Scelta che sarebbe, secondo l’illuminato giurista, ‘scorretta’, ‘ingiusta’, ‘inumana’. Il primo aggettivo non ha bisogno di particolari esegesi. Non v’è dubbio che l’Evo Competitivo in cui ci troviamo a campare, proprio perché ‘competitivo’, esige protagonisti performanti e in grado di apportare un contributo (utile) al progresso (materiale) della macchina della produzione, del commercio e del consumo. Un bambino nelle condizioni di Alfie è sommamente inutile sia perché alcun contributo fattivo potrà arrecare al PIL della sua nazione sia perché, al contrario, costituirà un costo rubricabile sotto la voce di spesa-pubblica-improduttiva per il bilancio dello stato. Non solo: rappresenterà (sempre che non venga ‘spento’ prima) una perdita netta nel dare-avere a cui si riduce la vita umana fin dalla culla e continuerà a implementare il deficit anche dopo la maggiore età quando, in teoria, un uomo è in grado di tramutarsi in risorsa economica per il collettivo. Quanto all’irragionevole  volontà dei suoi genitori di non darsi per vinti, essa è di certo ‘scorretta’ perché la correttezza di un sistema tarato sul debito prevede che tu sia indebitato fin dal concepimento (come ci racconta la pubblicistica sul mostruoso debito pubblico pro capite incombente sulle nostre generazioni future per i secoli a venire quale una biblica maledizione). Ciò esige, quale non negoziabile condizione, che tu sia in grado di ripagare quanto hai ricevuto. Purtroppo per lui, Alfie è già tanto se respira. Inoltre, la decisione di tenerlo vivo è anche ‘ingiusta’ perché analoghi casi sono stati decisi nello stesso modo (i bimbi irrimediabilmente malati sono stati irrimediabilmente uccisi: il che, secondo una logica giuridica tutta britannica, sta diventando un ‘precedente’ che fa giurisprudenza). Infine, la tigna di mamma e papà è ‘inumana’ perché oggi non è più umano ciò che è umano, ma è umano ciò che piace. E piace solo ciò che produce. Un applauso al giudice inglese, dunque. E una prece per Alfie.

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