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IL CARNEVALE DEL RIO

del-rioIn che consiste lo speciale connotato del ‘ridicolo’? Perché il ridicolo ci muove al riso? Perché lo notiamo in tutto l’immenso casino che c’è? Per il semplice fatto che il ridicolo si ‘stacca’, quindi spicca, rispetto a un contesto carente di ‘ridicolo’. Altrimenti, esso sarebbe solo un adesivo azzurro incollato su una parete blu. Il ridicolo esige – quale irrinunciabile precondizione al suo manifestarsi – un palcoscenico che ridicolo non è. Se, a un ricevimento di gala, ci si presenta con cravatta e costume da bagno, la gente ride per via del costume, non della cravatta; se uno va in spiaggia con la cravattina e il costumino, lo deridono  per la prima, non per il secondo. Ma se in piazza tutti girano in costume, uno in mutande è ridicolo? Anche no, magari dovrebbe toglierle. Morale: quanto più è ridicolo il Sistema, tanto più è difficile che i suoi attori protagonisti rischino di cadere nel ridicolo. Questo significa, tornando alle mutande e alle cravatte, che – a un raduno di feticisti dell’intimo –  si può girare con il tanga o il sospensorio senza tema di ridicolo. La premessa è indispensabile per decodificare il caso Del Rio: un Ministro della Repubblica italiana minaccia lo sciopero della fame se la maggioranza di cui fa parte non approva una legge che la maggioranza di cui fa parte ha proposto. C’è qualcosa di più ‘politicamente’ ridicolo, almeno per chi ha età e memoria sufficienti per conoscere la ‘cifra’ del contegno politico? No. Non ci sovviene nulla di più ridicolo; forse, anni or sono, qualche presidente dedito alla fellatio da scrivania o qualche altro inguaiato da chiappe & affini, ma allora era diverso: si trattava dell’irruzione inopinata del ‘privato’ nella  cosa pubblica. Non era tanto questione di ‘ridicolo’, quando di ‘scabroso’ (per i puri di cuore, si intende). Qui, invece, parliamo di un esponente di prima fila del governo che esibisce una serie di ‘mutandoni’ mica da ridere: a) protesta contro la compagine di cui fa parte; b) usa un’arma di pressione tipica del movimentismo antagonista che – per funzionare – richiede un minatore dello Yorkshire contro una Thatcher o, al limite, un Pannella contro la Casta; c) vitupera la ‘nobiltà’ dello sciopero della fame facendone una carnevalata pubblicitaria: l’astensione dai pasti fuori dall’orario dei pasti; d) ricatta di fatto quei rappresentanti dei cittadini che, invece, egli dovrebbe convincere con i contenuti della sua testa, non con le pause del suo intestino. Quindi, siamo all’apoteosi del ‘ridicolo’, al ridicolo elevato all’ennesima potenza. Eppure, a parte qualche scappellotto negli editoriali, con Del Rio la stampa che conta non ha scomodato la categoria del ‘ridicolo’ e, soprattutto, lui non si è sentito ridicolo. E la spiegazione di una fine non ingloriosa sta in ciò che abbiamo scritto all’inizio. Del Rio è inserito in un contesto carnascialesco dove, semplicemente, il senso del ridicolo si è perso perché il contesto di riferimento –  il Governo e la maggioranza attuali – è in sé e per sé ‘ridicolo’. Proprio come in un gran carnevale dove tutti fanno a gara a indossare costumi bizzarri e a togliersi quelli normali. Ergo, il dramma non è Del Rio (lui ne è solo un effetto collaterale, probabilmente inconsapevole), ma semmai la nostra assuefazione al ridicolo che ha ucciso il senso del ridicolo.

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