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L’Unico Ordine Mondiale

Nel mondo perfetto ogni giorno dipinto dalle menti più brillanti e dalle intelligenze più profetiche della nostra perfetta società c’è una componente sonora immancabile. Ce la propinano all’ora di pranzo e all’ora di cena, ed è divenuta così abituale, diffusa, pervasiva da costituire il sottofondo semi-silenzioso delle nostre frenetiche giornate. Una sorta di rumore bianco, di ronzio ipnotico il quale, dopo un po’, ci trasporta dal fastidio all’assuefazione e, dopo un altro po’, dall’assuefazione all’accettazione. Ci riferiamo a quella specie di mantra buddista che risponde al nome di “concorrenza” (o competitività).

La concorrenza e la competitività – ci viene detto, anzi raccontato, anzi cantilenato  prima di andare a dormire e poi per addormentarci del tutto – favorisce la distribuzione oculata ed efficiente delle risorse e la ricarica perenne della cornucopia di ogni prosperità. Io competo, tu competi, egli compete, noi competiamo, voi competete, essi competono e, come per magia, in ossequio a una regola aurea più accurata della sezione di Fibonacci, l’intera civiltà si trasforma in un laboratorio di operose formiche guidate dai feromoni della “Crescita”. Ora – confidando di aver reso i dovuti onori all’unico, e ultimo, modello di convivenza civile tra gli umani del nostro pianeta – ci permettiamo di sollevare un dubbio. La ricetta di cui sopra dovrebbe garantire sempre più quantità e qualità, da sempre più operatori economici, a un numero sempre maggiore di sempre più opulenti consumatori. E invece, la recentissima vicenda FCA-Renault ci dimostra l’esatto contrario. Ove fosse andata in porto la fusione, ci saremmo trovati di fronte a un gruppo in grado di drenare un terzo dell’intero mercato mondiale dell’automotive. E un sacco di vedove inconsolabili di questo presunto trionfo dell’italian style si dolgono che ciò non sia avvenuto. Ma questo è solo l’ultimo tassello di una impressionante catena di analoghe vicende. L’economia mondiale, apparentemente sospinta dal vento in poppa del liberalismo pluralista, si sta sempre più addensando in sparuti grumi di ciclopici poli in famelica competizione fra loro. Ma poiché si mangiano a vicenda – in omaggio alla bellicosa paranoia da cui sono stati generati – alla fine ne resterà uno solo. E allora, come la mettiamo con la mistica della competizione e della concorrenza e soprattutto del pluralismo del libero mercato? Come va interpretata questa sorta di trama alla Agatha Christie dal titolo “E alla fine non ne rimase che uno”?

Nota bene: lo stesso identico fenomeno è in atto non solo a livello privato, ma anche pubblico. Cos’altro sono le cessioni di sovranità statuali, l’implementazione di modelli di governance trans-nazionale, la degenerazione della legislazione per via di trattato intergovernativo, la riduzione del numero dei parlamentari, l’eliminazione delle agenzie di rappresentanza territoriale, la soppressione dei corpi intermedi, se non un viaggio allucinante verso il medesimo obbiettivo?  E cioè la creazione non di un “nuovo”, ma di un “unico” ordine mondiale? Morale: ci stanno turlupinando. Con la mitologia della libertà (surrogata nei suoi succedanei chiamati liberismo e liberalismo) è in atto la transumanza dell’intera umanità verso la Monarchia Universale; dove una Mono-Entità di sparuti privilegiati, straricchi ed iper-competenti, dominerà sulla massa inerte dei consumatori dormienti.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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1 Commento

  • Rispondi
    Dino Caliman
    14 Giugno 2019 a 14:54

    Tutto questo risulta loro possibile grazie al potere derivante da un mezzo di scambio che accettiamo come convenzione. Cosa succederà quando noi decidereremo secondo un’altra convenzione? cosa se ne faranno di tutti quegli zeri dopo il numero sui loro computer?

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