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Scemo chi elegge

Vabbè che siamo il Paese dove chi perde le elezioni poi governa, chi le vince non può scegliere neppure un ministro dell’economia, chi fa il premier non è stato eletto per farlo, o non è stato eletto affatto, e chi dovrebbe fare il premier non può perché inadatto, inopportuno o indecoroso. Però, quella del Governo in crisi perché ha la maggioranza assoluta ci mancava. E se Giuseppe Conte, finalmente, va ringraziato per qualcosa, lo deve alla sua “non fiducia” a Draghi.

Non già per le ragioni politiche sottese a tale scelta (quasi tutte irrilevanti rispetto alle promesse e alle premesse rivoluzionarie del 2018). Semmai, perché ha dimostrato al mondo intero la quintessenza sedicente “politica” del Gabinetto Draghi e, in ultima analisi, del premier stesso. Che non è, come da molti evidenziato, la sua carenza di legittimazione elettorale, e quindi democratica, ma piuttosto, la sua vocazione unanimista e plebiscitaria. Draghi è, come Monti a suo tempo, diretta espressione delle vere centraline di comando perennemente attive, benché apparentemente passive, dietro il proscenio del cosiddetto “teatrino della politica”. Le quali, di regola, muovono senza muoversi, un po’ come il dio aristotelico.

Non hanno (quasi mai) necessità di palesarsi perché perfettamente in grado (non viste) di ispirare, sussurrare, condizionare, frenare, accelerare le dinamiche e i processi decisionali delle occasionali “maggioranze”. Solo in certi delicatissimi frangenti della storia, si disvelano in una generosa epifania. In questi casi (in genere creati ad arte, e ad hoc, come la  famosa “crisi” dello spread o come la “gestione” della campagna vaccinale e del pnrr) le entità di cui sopra inviano un emissario. Ecce homo, per così dire. Oppure: a voi l’eletto. Allora giocano a carte (quasi) scoperte, ma a una sola condizione: che l’intero arco costituzionale (salvo sparute, e in genere impresentabili, eccezioni) approvi.

Ecco la chiave per coglierne la filosofia di fondo: esse non tollerano il dissenso. Ma non potendo silenziarlo come fanno, per le spicce, certi regimi, ne impongono l’eutanasia volontaria. Ciò avviene – se del caso e alla bisogna, cioè in corrispondenza di “svolte” ritenute cruciali – attraverso l’evocazione di una crisi così “critica” da poter essere affrontata solamente da coalizioni di “solidarietà nazionale”, da esecutivi “dell’emergenza”, da  “governissimi”. Lo esigono ragioni di coscienza civica (“scelta civica” si chiamava il partito di Monti) e di responsabilità patria. In genere, il connubio contro natura viene invocato a gran voce dal coro unanime della grande stampa.

In questo apparente “eccesso” di democrazia (esiste un Governo più “rappresentativo” di quello che gode del novanta per cento dei voti parlamentari?) si cela, de facto, un pauroso “difetto” di democrazia. Perché la democrazia senza opposizione è un ossimoro. O un koan dello zen, se preferite, come la celebre mano che applaude da sola. Ma lorsignori non se ne curano. A certe realtà – quando acconsentono a scendere in campo – piace vincere facile. Quindi, vogliono mass media “sdraiati”, complici, plaudenti (e già li hanno) e una convergenza di “fiducia” quasi totalitaria. Altrimenti prendono cappello e se ne vanno. O, se preferite, tornano a casa con il pallone.

Male che gli vada, continueranno a gestire la partita per interposta persona dopo un apparente “lavacro” elettorale. Tanto gli elettori sono scemi. A quel punto, il giochetto ricomincia daccapo. Siamo, dopotutto, il Paese dove chi perde le elezioni poi governa, chi le vince non può nominare neppure un ministro dell’economia, chi fa il premier non è stato eletto per farlo, o non è stato eletto affatto. Che l’eterna ruota delle “incarnazioni” elettorali ricominci. In attesa del prossimo “eletto”.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

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