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GOOD SPENCER

brownLo premettiamo subito, a beneficio di chi avrà la pazienza di leggerci fino alla fine: non siamo dei detrattori per partito preso di Dan Brown, tutt’altro. Il celebre scrittore americano – nell’ambito del genere che gli è proprio, quello della narrativa pop d’evasione – è un insuperato maestro. Se vi stuzzica il bisogno di una trama irta di colpi di scena e, soprattutto, visionaria e precorritrice dei tempi, allora Brown fa per voi. I suoi romanzi hanno il merito di sdoganare, nella cultura bassa (o di massa), temi che, fino a un minuto prima dell’uscita del best seller, erano esclusivo appannaggio di una nicchia: la linea di sangue di Gesù ne ‘Il Codice Da Vinci’, gli illuminati in ‘Angeli e Demoni’, il transumanesimo in ‘Inferno’. Con l’ultimo suo lavoro, ‘Origin’, Dan Brown tenta l’ennesima operazione di contropiede e ci parla delle domande più radicali e ‘ultime’ della filosofia universale, quelle a cui la stessa metafisica e le religioni hanno cercato e cercano, invano, di fornire plausibili risposte da che uomo è uomo: da dove veniamo? Dove andiamo? Nel libro, si narra dell’audace esperimento di un giovane genio, tale Edmond Kirsch, il quale assembla un super computer quantistico per dimostrare l’indimostrabile: l’origine della vita non necessita di una scaturigine divina e la materia organica, costitutente prima ed elementare dei micro-organismi primevi, può germogliare ex se da un brodo primordiale di sedimenti inorganici. L’avveniristico cervello elettronico simula, muovendo dalle condizioni basiche del mondo inanimato, i milioni di anni a venire e l’esperimento riesce: l’esistenza ‘animata’ non abbisogna del tocco magico di un dio per venire alla luce. Basta ipotizzare una legge entropica: la vita (intesa come organizzato dipanarsi di un ordine) è uno strumento finalizzato al disordine e a dissipare energia. Che dire? L’idea di partenza è geniale: affidare a un thriller il responso alla madre di tutte le domande. Tuttavia, la trama zoppica assai e alla lunga annoia, ma soprattutto, forse per la prima volta, Brown non ci parla di qualcosa di veramente ‘nuovo’. C’è un filosofo dell’Ottocento, Herbert Spencer che (senza bisogno di computer quantistici e neppure dell’ispirazione narrativa) aveva ipotizzato un plot pressochè speculare a quello di Brown: il processo evolutivo non esige l’intervento di un Dio. Esso è la risultante del dispiegarsi di una legge intrinseca all’essere, intimamente ‘evolutiva’, e tale da condurre dal disordine all’ordine, dal singolo al molteplice, dall’indistinto al distinto. In conclusione, il merito di Dan Brown, stavolta, non è quello di averci proiettato nel futuro per farci divertire, ma di averci spediti nel passato per farci ricordare. Recuperando così il pensiero di un genio assoluto nato e vissuto fin troppo presto rispetto alla straordinaria attualità delle sue idee.

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